Presi tre postini di Provenzano Il boss chiede pannoloni in cella

Il capomafia trasferito a Terni in isolamento. È malato: per lui anche un menù speciale. Uno dei pizzini alla moglie: «Basta con la pasta al forno»

nostro inviato a Palermo
«Carissima, ti pregherei di non mandarmi più la pasta al forno...». Aveva appena finito di scrivere questa frase che all’improvviso la porta del casolare dove era rifugiato Binnu Provenzano è stata aperta e ha fatto irruzione il commando della polizia da giorni acquattato nelle vicinanze. È rimasto così incompito «il pizzino» che stava scrivendo alla moglie. Forse un rimprovero sul tipo di alimentazione a cui era costretto dalle affettuosità familiari. Da anni ormai il boss era infatti soprannominato dagli inquirenti «l’orso», perché già dai pizzini sequestrati a Giuffrè (un suo braccio destro ormai pentito) si sapeva che lui era patito di cicoria e miele. E cicoria e miele continuava a chiedere a molti dei suoi interlocutori. Il messaggio alla moglie è uno dei tanti trovati sparsi sul tavolo, o ben sistemati nelle cartelle di quella sorta di stanza rifugio dove il boss dei boss viveva ormai da mesi. Cartelline con messaggi inviati o ricevuti e su ogni foglio un numero corrispondente a un diverso interlocutore. Il «ragioniere» Provenzano metteva a posto tutto. Aveva addirittura un intero foglio con i numeri di riferimento dei suoi interlocutori che lui ritagliava e incollava sul messaggio. Una sorta di mail list in codice. Un vero archivio ordinato in modo maniacale con un lavoro certosino. Adesso toccherà agli inquirenti essere «certosini». «Da oggi dovremo studiare, studiare e studiare, spulciare le tante carte, collegare, risalire dai numeri alle persone» - è quanto spiega il pm Marzia Sabella, titolare dell’indagine che ha portato alla cattura di Provenzano, insieme a Michele Prestipino, Maurizio De Lucia e Giuseppe Pignatone. Il gruppo di pm di fiducia di Piero Grasso che ha portato avanti l’operazione isolamento del boss. «Lavoriamo da anni verso questo obiettivo - conferma Prestipino - schematizzando il lungo percorso di inchieste che ha costretto il superboss a rifugiarsi a due chilometri di Corleone». L’arresto di Spera, boss di Belmonte, poi di Giuffrè, boss di Caccamo, diventato collaboratore di giustizia, quindi di Pino Lipari manager dell’Anas, di Tommaso Cannella, imprenditore edile e via via sino all’inchiesta sulle talpe e all’arresto di Aiello e al rapporto di collaborazione di Campanella, sindaco di Villabate, che aveva fornito a Provenzano la carta di identità per andare a Marsiglia in clinica. Un lento ma efficace prosciugamento «delle acque dove Binnu nuotava senza problemi» che lo ha messo all’angolo. Per anni legami, protezioni, silenzi gli hanno consentito di essere considerato il grande latitante numero uno, il consigliere di tanti imprenditori, il mediatore di tanti affari, ma anche il paciere e il garante, come si evince dai famosi «pizzini» ricevuti. C’è quello di un comune cittadino che gli chiede notizie sul futuro marito della figlia per essere «rassicurato», o quell’altro che spera di ottenere l’esonero del servizio militare per il figlio. «Provenzano esercitava un controllo del territorio totale - spiega Prestipino - e questa è stata la sua forza». Una grande attività di comunicazione attraverso lettere e messaggi. Non a caso, oltre al proprietario del casolare, il pecoraio Giovanni Marino, sono stati arrestati tre «postini»: Bernardo Riina (nessuna parentela con il boss), Calogero Lo Bue e il nipote Giuseppe Lo Bue. Per tutti l’accusa è quella di essere stati latori dei messaggi del latitante. E i 10mila euro trovati in tasca a Provenzano servivano a finanziare la sua attività «postale».
Questa fase dell’inchiesta sembra essersi conclusa qui. Adesso inizia quella dello studio, dell’analisi di tutto il materiale trovato nel rifugio. Ci vorranno mesi e non è detto che Provenzano verrà interrogato subito. Nella notte è stato trasferito a Terni: è in isolamento, videosorvegliato. Ha chiesto un pannolone in cella e un menù speciale. Su di lui non c’è una nuova ordinanza di arresto, ma l’esecuzione dei tanti mandati per le condanne definitive. Quante siano ancora non si sa: è il primo lavoro di coordinamento che dovranno fare i procuratori. Una sorta di punto della situazione che servirà a definire cinquant’anni di storia della mafia siciliana. «Certo si chiude una fase di Cosa Nostra - ammette lo stesso pm Prestipino - noi abbiamo arrestato quello che sino ad oggi era ritenuto il capo. Non chiedetemi cosa succederà adesso. Io mi attengo ai fatti, le analisi toccano agli storici e ai politici. Vedremo».