Il presidente ad interim, dopo l’offerta agli Usa di riavviare il dialogo e la visita di una delegazione parlamentare americana, ora cambia linguaggio con i giovani Raul volta pagina, aria di perestroika a Cuba Nuovo segnale di apertura del fratello di F

Democrazia no, riforme sempre più liberali sì. O almeno così pare. E già si parla di una perestroika cubana. Con Raul, il fratello di Fidèl, nei panni del nuovo Gorbaciov. Già, Raul. Il Castro minore e non solo perché di cinque anni più giovane. Per quarantasette anni ha vissuto all’ombra del lìder maximo. Uno megalomane, esuberante e gran parlatore; l’altro timido, fragile e sempre impacciato, soprattutto se chiamato a parlare in pubblico. Troppo distaccato e banale per entrare nel cuore della gente.
Ma da quando il Padre della Rivoluzione è stato costretto a cedergli il comando, Raul è risorto. Sono passati quasi cinque mesi dall’operazione chirurgica di Fidèl e permane il mistero sulla sua malattia. Gli americani sostengono che abbia un tumore all’intestino, ormai in fase terminale; il governo di l’Avana giura invece di no e che la sua lunga assenza è dovuta semplicemente a una convalescenza più lunga del previsto. Ma il fratello sa la verità e da qualche tempo non si comporta più come un presidente ad interim, che si limita a gestire gli affari correnti in attesa che il titolare riprenda le funzioni, ma come un capo destinato a restare.
Raul è rinato e ora osa. E piace, sempre di più. Il primo passo lo aveva compiuto a inizio mese quando, in occasione dei festeggiamenti per gli ottant’anni di Fidèl, aveva invitato pubblicamente gli Usa ad accantonare le inimicizie del passato e a riavviare il dialogo. Bush aveva respinto l’offerta, sospettando che si trattasse del diversivo di un regime agonizzante. Ufficialmente non ha cambiato posizione, ma dietro le quinte anche a Washington è maturata la consapevolezza che il clima politico nell’isola caraibica stia cambiando.
Non è casuale che la scorsa settimana dieci parlamentari americani - quattro repubblicani e sei democratici - abbiano trascorso 72 ore all’Avana. Mai, dalla rivoluzione del 1959, una delegazione di livello tanto elevato, aveva attraversato il Golfo. I dieci hanno incontrato il ministro degli Esteri Perez Roque, il presidente del Parlamento Ricardo Alarco, il responsabile esteri del Partito comunista Fernando Remirez de Esternoz, in un clima che la stampa del regime ha definito «di cordialità e rispetto». I congressisti Usa sono tornati a Washington con due certezze. La prima: nonostante le indicazioni del governo rivoluzionario, Fidèl non tornerà più al potere. «La nostra impressione è che la transizione sia già avvenuta», ha dichiarato il democratico William Delahunt. La seconda: Cuba vuole davvero voltare pagina con gli Stati Uniti. Con gradualità, ovviamente, e infatti nei colloqui non si è parlato di diritti umani o di rinuncia al comunismo; ma senza ripensamenti.
Dopo pochi giorni ecco la conferma. Raul ha fatto pubblicare sulla prima pagina di Granma, il quotidiano del partito, il resoconto di una visita all’università in cui ha invitato gli studenti «a parlare senza paura» e «a confrontarsi apertamente». Mai prima d’ora il regime aveva invitato la gente a esprimersi senza remore, con una sola eccezione, risalente a qualche anno fa, quando proprio Castro junior incoraggiò il dibattito tra gli allievi della Scuola militare. Ma quell’esperimento durò poco.
Nel suo discorso il presidente ad interim ha dichiarato che suo fratello è «insostituibile». «Solo noi tutti possiamo prendere il suo posto, a condizione che ognuno di noi compia la propria missione». E dunque quando Fidèl morirà, il potere passerà al Partito comunista, che lo gestirà collegialmente. Non è ancora vera democrazia, d’accordo; ma la rinuncia a un capo unico e onnipotente era inimmaginabile prima del 31 luglio.
Come Gorbaciov, Raul procede gradualmente. Ricorda che quello del comando unificato è «un concetto chiave» della dottrina militare, ma «non significa che non ci possano essere discussioni».
La gente ascolta e per ora non si espone. Quarantasette anni di repressione non si dimenticano da un giorno all’altro, ma pochi sembrano credere a un ritorno di Fidèl. I più confidano davvero nell’inizio di una nuova era.