Il presidente americano lo sceglieranno i «redneks»

Caro Paolo, Gianfranco Fini ha ragioni da vendere quando afferma che se a novembre dovesse essere Barack Obama il «nominato», per quanto nessuno osi dirlo pubblicamente otterrà molti meno consensi di quanti i sondaggi e i media gli attribuiscano. Come sempre dal dopoguerra, nei decisivi Stati del Sud - in particolare, del «profondo Sud» - saranno proprio i democratici conservatori a voltargli le spalle e a votare per il rivale, numerosissimi essendo tuttora (anche se, in qualche modo, sottotraccia) i «rednecks». Antico e colorito termine spregiativo, il vocabolo indicava all’origine i contadini bianchi e poveri del sud che, in conseguenza del loro lavoro, avevano il collo (neck) arrossato (red) dal sole e la cui caratteristica era di essere «provinciali, rozzi, gretti», dei veri «bifolchi reazionari e razzisti» (come riporta il Dizionario delle frasi idiomatiche, colloquiali e gergali americane edito da Zanichelli). In poche parole, i protagonisti di «Il piccolo campo» o «La via del tabacco» di Erskine Caldwell, dell’eccezionale «Furore» di John Steinbeck, di alcuni racconti di James Cain, del bellissimo «Sia lode ora a uomini di fama» di James Agee.
Figure dai più ritenute d’altri tempi, gli ancora numerosissimi «rednecks» sono pronti anche oggi a votare «contro» un qualsiasi candidato nero. Basti ricordare quanto occorso nel 1982 e nel 1986 al sindaco nero di Los Angeles Tom Bradley quando si candidò per il governatorato della California (uno Stato considerato molto «avanzato»). In testa di dieci punti nelle rilevazioni realizzate il giorno precedente il voto, Bradley perse entrambe le volte nettamente. Si eccepirà che Obama ha vinto le primarie battendo la rivale Hillary proprio nel «profondo sud», in Alabama, Georgia, Nord e Sud Carolina e Oklahoma. Ma si dimentica che alle urne si recò solo una parte dei democratici e che quelli rimasti a casa, uniti ai repubblicani, formano una maggioranza assolutamente imbattibile. Se è praticamente impossibile per un appartenente al partito che fu di Kennedy vincere la corsa alla Casa Bianca senza essere in grado di strappare ai «Gop» qualche Stato del Sud - che abitualmente vota repubblicano - per il senatore dell’Illinois la questione è ancora più ardua.


Questa, caro Mauro, è la sventura della sinistra (italiana) che ha preso quell’azzimato damerino a proprio idolo. Il sapere che se Obama perde, perde per mano dei democratici. Cioè del partito che le sforna gli idoli (dico, anche Clinton, quella specie di Romano Prodi, cioè il peggio, a stelle e strisce, anche quel giuggiolone di Al Gore, petto al quale persino Dario Franceschini assurge al ruolo di statista, sono stati e seguitano ad essere idolatrati dalla nostrana combriccola di sinistra). Così che, se Barack non ce la dovesse fare e il discorso vale pure per Hillary, si troverebbero in imbarazzo a far d’ogni erba un fascio tacciando l’America di razzismo o di maschilismo. Né potrebbero scendere nei particolari accusando di quegli orrendi delitti i democratici, che quanto al punto primo basta il nome, quanto al punto secondo hanno dato al mondo quei gioiellini di Kennedy e, appunto, di Clinton e di Gore. Ieri scrivevo che con le candidature politicamente corrette di Obama e della Clinton i democratici si erano cacciati in un bel guaio. Il fatto che possano cacciarvi anche Walter Veltroni, non so perché, caro Mauro, ma non mi dispiace neanche un po’.