«Il presidente della Cassazione deve dimettersi»

Stefano Zurlo

da Milano

Marvulli? «Si deve dimettere». Così scrive Francesco Cossiga in un messaggio inviato a Carlo Azeglio Ciampi. Il primo presidente della Cassazione, secondo il senatore a vita, ha oltrepassato le colonne d’Ercole del galateo istituzionale insultando «con termini volgari» il premier: dunque Cossiga si augura che il Quirinale «inviti, anzi intimi a Marvulli di lasciare l’incarico». La lettera, come di consueto costruita da Cossiga senza dosare i vocaboli col bilancino della diplomazia, nasce dalla lettura dei giornali. Che ieri riportavano a caratteri cubitali le aspre dichiarazioni di Marvulli contro Berlusconi per i suoi attacchi alla magistratura. Per il primo magistrato d’Italia, quelle del premier «sono accuse deliranti».
Cossiga sfoglia i quotidiani e si trasforma immediatamente nel più roccioso difensore del presidente del Consiglio. Certo: «Non approvo - è la premessa - che il presidente del Consiglio in campagna elettorale contesti alcuni uffici del pubblico ministero; ma gli è comunque consentito - prosegue la missiva - esprimere il suo pensiero e sarà giudicato anche per questo liberamente dal popolo sovrano». Cossiga non gradisce, anzi ritiene invece grave quel che è accaduto dopo. «È stata però imprudente e al limite provocatoria la decisione dell’Associazione Nazionale Magistrati» che ha «voluto tenere il suo congresso», in svolgimento in queste ore, «all’inizio della campagna elettorale e prendendo parte, anzi una parte, in essa». Di più, «quasi strumentalizzando» la visita di Ciampi ai magistrati, nella giornata inaugurale di venerdì.
Non basta. La reprimenda si fa ancora più sferzante nei confronti di Marvulli. «Indecentemente elusivo del principio dell’imparzialità e dell’asserita apoliticità dei magistrati, e perfino dell’apparenza di essa, è che il presidente della Cassazione, che non gode di nessuna legittimazione democratica, insulti con termini volgari il presidente del Consiglio che gode peraltro di ben altra legittimazione ed è soggetto a ben altro tipo di controllo e responsabilità democratica». Insomma, a sentire l’ex inquilino del Quirinale, Marvulli ha sconfinato, inoltrandosi con passo deciso sul terreno proibito della polemica istituzionale. E Cossiga, che pure ricorda di non aver mai votato per Forza Italia e per la Casa delle libertà, si dice addolorato e preoccupato per l’atteggiamento tenuto dal «centro-sinistra» (con un trattino a dividere la coalizione): «Ha taciuto, davanti a questo attacco, e anzi ha sfoderato ancora una volta il suo giustizialismo e la sua opzione per il “governo dei magistrati”».
Nel 1991, quando era al Quirinale, Cossiga non esitò a ingaggiare un lacerante e durissimo duello con il Csm che è l’organo di autogoverno della magistratura italiana. Cossiga respinse l’ordine del giorno dei lavori stabilito dai consiglieri e mise le mani avanti minacciando, in caso di proteste, lo sgombero di Palazzo dei Marescialli. Poi, come se non bastasse, fece schierare davanti al Csm un reparto dei carabinieri in tenuta antisommossa agli ordini di un generale di brigata. Ora Cossiga si limita a lanciare un appello a Ciampi, perché «voglia invitare, io direi quasi intimare, al dottor Marvulli di dimettersi».
Il “biglietto” di Cossiga trova, naturalmente, consensi a destra: «In una democrazia normale - nota il presidente della Commissione cultura della Camera Ferdinando Adornato - Marvulli si sarebbe già dimesso».