Il presidente al difensore: "Che fortuna averla qui"

Torino - Ha aspettato l'ultimo istante dell'ultima udienza di un processo infinito per abbozzare un sorriso e lasciarsi andare a un complimento sincero. Prima di chiudersi in Camera di consiglio con i propri colleghi, il presidente Romano Pettenati si è rivolto all'avvocato difensore Paola Savio (nella foto) e si è complimentato con lei. «È stata una fortuna - ha detto - che il sistema informatico abbia sorteggiato il suo nome quella mattina». Quella mattina è la mattina del 20 novembre 2006, quando l'allora difensore della Franzoni, l'avvocato Carlo Taormina, abbandonò l'aula perché in contrasto con la Corte. Sembra essere passato un secolo da allora, e anche le aspre battaglie in aula tra accusa e difesa e poi tra difesa e giudici sembrano ormai un lontano ricordo. Per poco più di un anno, in effetti, è stato ben altro il clima respirato nella maxi aula 6 del Tribunale di Torino, altre le frasi pronunciate dai protagonisti. E altri, per così dire, i «complimenti» riversati sugli avversari.
Sin dal primo istante, quando l'avvocato Carlo Taormina parlò di processo già deciso: «Questa è una sentenza già scritta - fu la celebra frase pronunciata già dopo un paio di udienze -, la signora Franzoni verrà condannata». Quella frase l'avrebbe pronunciata più volte, dentro e fuori dall'aula, scatenando la comprensibile irritazione del presidente Pettenati: «Non dica così, avvocato Taormina. Non esiste alcuna battaglia già scritta». Ma celebri restano anche le battaglie verbali combattute dal professor Carlo Taormina contro gli esponenti dell'accusa, in particolare contro il procuratore generale Vittorio Corsi e il colonnello del Ris di Parma Luciano Garofano: «Presidente - sbottò una volta in aula Taormina mentre parlava in piedi dal proprio banco -, io parlo e quel signore lì ride? Ma come si permette? Lo faccia smettere, altrimenti io non vado avanti».
Quel signore lì era Garofano, impegnato a scambiare un paio di considerazioni sotto voce con il procuratore generale. Immediata e pacata la risposta del presidente: «Nessuno ride di lei, avvocato. Vada pure avanti». Ma è capitato anche al presidente Pettenati, solitamente calmo, di perdere la pazienza. È accaduto in una sola occasione, ma quella scena è rimasta ben impressa nella mente dei protagonisti. In aula venivano proiettate le immagini del volto insanguinato di Samuele, Annamaria Franzoni e il marito Stefano Lorenzi scelsero di non assistere al filmato e si rifugiarono in bagno. Trascorse circa mezz'ora e un carabiniere fece la spia. Si avvicinò al presidente e in un orecchio gli sussurrò che i coniugi Lorenzi occupavano i servizi da ormai troppo tempo. Pettenati perse la pazienza, per la prima volta: «Adesso basta, non è possibile. La signora Franzoni ha sempre fatto tutto quello che ha voluto in questo processo, ma adesso sta esagerando. Esca dal bagno, e se non vuole stare in aula vada fuori». Annamaria e Stefano furono costretti a sedersi per terra, dietro lo schermo. \