Presidente e movimentista le acrobazie verbali di Bertinotti

Si può portare l'antagonismo al governo? Questo è il problema che investe ora Rifondazione e i comunisti italiani che hanno giocato l'idea del partito di lotta sulle piazze contro il governo di cui fanno parte, pur condividendo i vantaggi del radicato sistema di potere della sinistra. Esso premia i gruppi dirigenti del partito, inserisce nel fondo del potere, del governo e del sottogoverno.
Dopo anni di lotta pura determinata dalla volontà di darsi sopra ogni altra cosa una identità come persona e come movimento, gli antagonisti si trovano di fronte all'antico dilemma dei socialisti: trovarsi a gestire la forma politica e istituzionale di un regime sociale che essi avversano. Sta il fatto che la caduta del governo Prodi è stata vista da parte dei partiti antagonisti come un oltraggio: perché tutti i partiti antagonisti condividono la gioia di essere entrati nella stanza che Pietro Nenni chiamava dei bottoni.
Il problema che si è posto con la crisi di governo riguarda soprattutto Rifondazione, che ha spinto la doppia posizione con maggior vigore, giungendo persino al rischio di confondere la partecipazione al governo con la non violenza. Quando Bertinotti ha voluto giustificare la sua posizione di potenziale partecipante alla manifestazione di Vicenza, l'ha fatto in nome della non violenza. E sembra che il punto sia questo: si rinuncia alla violenza diventando parte delle istituzioni. Ma questo è paradossale per un partito antagonista: perché in questo modo la posizione non violenta si identifica con chi ha istituzionalmente il potere della forza: lo Stato. E questo è il contrario dell'antagonismo, che ha proprio come teoria di mettersi oltre la legalità, di spingersi oltre i limiti della legge per affermare la giustizia.
L'antagonismo alla Bertinotti consiste nel giocare il margine che vi è tra ruolo istituzionale e quello insurrezionale, stare oltre la legge protetti dal fatto di essere nel governo. Non identificarsi nelle istituzioni e nella forza delle istituzioni, compresa quella dei carabinieri, dei militari; eppure essere ministri, sottosegretari, quindi in grado di controllare la forza pubblica.
Lo Stato ha il monopolio della forza per battere la violenza. Ma può una forza antagonista, che esprime esigenze non riconosciute dallo Stato, identificare la sua non violenza con il ruolo dello Stato come controllore della violenza? Se la funzione dell'antagonismo è identica a quella dello Stato, dove sta la differenza antagonista della non violenza?
Questo è il problema che si pone al creatore delle parole della sinistra radicale, Fausto Bertinotti, che ha divulgato il termine di antagonismo definendolo come non violenza. La distinzione tra la «non violenza» e la forma dello Stato era ben evidente. E la distinzione che si faceva in quella sede aveva per soggetto un movimento popolare. Decisamente l'essere movimento dei movimenti e leader delle istituzioni crea problemi nuovi di acrobazia verbale a Fausto Bertinotti.
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