IL PRESIDENTE DI FEDERCHIMICA 4 GIORGIO SQUINZI

Roma Il piano del governo per la crescita «è positivo» e ha soprattutto un pregio. Con la legge Calderoli- Brunetta, le liberalizzazioni e la riforma dell’articolo 41 della Costituzione, punta sulla semplificazione che, secondo Giorgio Squinzi - amministratore unico della Mapei e presidente di Federchimica - è la più importante delle riforme. L’unica in grado di rendere più competitivo il Paese.
Quindi piano promosso?
«Io lo giudico positivamente perché si torna finalmente a dare attenzione al manifatturiero e si cerca di riportarlo al centro dei processi economici del Paese. I dettagli del piano li dobbiamo ancora capire e si potranno sicuramente discutere, anche perché Tremonti vorrà tenere i cordoni stretti».
A questo proposito, si parla, e non solo in Italia, di politiche per la crescita a costo zero. Le ritiene possibili?
«Io rimango dell’opinione che prima di tutto serva la semplificazione, che è a costo zero e può veramente essere il volano dell’economia».
Ed è sufficiente?
«Ho visto aziende portare gli stabilimenti fuori dall’Italia verso paesi come la Svizzera, quindi non per il costo del lavoro, ma perché nel Canton Ticino bastano sessanta giorni per avere le autorizzazioni, mentre da noi bisogna aspettare anche tre anni. Le aziende che lavorano con tecnologie di punta non possono aspettare così a lungo. Ne parlo con cognizione di causa perché nella chimica ci sembra di andare avanti con due freni a mano tirati».
Quindi in cima alla lista delle richieste delle aziende c’è la semplificazione. Poi?
«Intanto deve essere chiaro che gli industriali non chiedono degli sconti. Noi vogliamo più chiarezza e velocità per fare meglio il nostro lavoro».
Se invece si potesse utilizzare la spesa pubblica?
«Sono un tremontiano, nel senso che sono convinto che i conti debbano restare in equilibrio per non subire un downgrading da parte delle agenzie di rating. Ma se dovessero spuntare dei soldi, andrebbero messi nella ricerca e nell’innovazione. E intendo innovazione di prodotto, non di processo. Prima di tutto comunque c’è la necessità di fare la semplificazione normativa e burocratica del paese».
La modifica all’articolo 41 della Costituzione che sancisca che, per le imprese, è permesso tutto quello che non è espressamente vietato dalla legge, può servire?
«Sono d’accordo nel modo più assoluto. L’importante però è che poi eliminino le tante leggi in vigore che sono fini a se stesse. Dobbiamo chiederci perché in Italia non arrivano investitori stranieri. Poi ci sono altre cose che potrebbero avere un effetto immediato».
Quali?
«Penso a scelte che il governo ha fatto con lucidità fin dall’inizio, come il piano casa. L’edilizia è ad alta intensità di manodopera, e il piano darebbe una mano a riassorbire la disoccupazione. E poi è un settore a basso contenuto di importazioni, e quindi si può fare ripartire senza penalizzare la bilancia commerciale. Senza contare che ci sono capitali che non sanno dove andare e sono fermi nelle banche».
È giusto che finiscano sul mattone?
«Non dobbiamo fare gli errori di altri paesi. Sono andato da poco in Spagna, dove hanno esagerato con gli investimenti edilizi e ora stanno pagando. Il piano casa così come è stato concepito potrebbe invece segnare un punto di svolta e di rilancio dell’economia».
Perché in Italia le liberalizzazioni sembrano sempre incepparsi?
«Difficile da capire. La burocrazia è un sistema che non è facile da smuovere».
Anche i sindacati sono immobili?
«Guardi, per quanto riguarda la relazioni industriali, è importante chiarire che un paese non può essere competitivo con alti tassi di assenteismo. Da questo punto di vista noi nella chimica abbiamo fatto grandi passi in avanti».
L’Italia però resta poco competitiva.
«Noi siamo un paese avanzato e in un paese avanzato è più difficile recuperare competitività, soprattutto sul costo del lavoro. Un po’ è possibile, ma non possiamo metterci sullo stesso piano dell’India o del Vietnam. E lo dice un imprenditore che lavora su cinque continenti».
E allora cosa serve?
«Il buon senso. Gli ultimi rinnovi contrattuali dei chimici sono andati in porto tranquillamente, senza un’ora di sciopero. Ma per arrivare a questo ci si deve confrontare 365 giorni all’anno, non solo quando arriva la stagione dei contratti».