«Presidente, fermi chi ha ucciso mio papà»

da Milano

Francesco e Attilio si sono scambiati parole di dolore e di rabbia sotto la foto di papà Pasquale. Pasquale Mandato, vicecomandante degli agenti del carcere di Santa Maria Capua Vetere, ucciso il 5 marzo 1983. Poi Attilio ha preso carta e penna e ha scritto al Presidente della Repubblica: «Semplicemente per chiedere cosa si debba fare per fermare questi assassini. Michelangelo D’Agostino - spiega ora Francesco - era nel commando che fece fuori papà davanti al penitenziario in cui lavorava».
Che ruolo ebbe D’Agostino nell’omicidio?
«Il gruppo di fuoco era molto numeroso, papà dava fastidio alla camorra, era una persona scomoda. Ma a quanto ne so fu proprio D’Agostino a sparargli alla nuca il colpo di grazia».
Dopo l’arresto nell’83, si era pentito.
«Con noi non si è mai fatto vivo. Non ha mai implorato il nostro perdono, del resto sarebbe stato inopportuno. Al processo non siamo andati, forse l’abbiamo visto in tv».
Signor Mandato, sapeva che il killer di suo padre era libero?
«No, francamente pensavo che fosse ancora in cella. E credo che la stessa cosa pensasse Attilio».
Ha collegato subito il delitto di Pescara al passato?
«C’è voluto poco. Lunedì, letti i giornali e viste le tv, la situazione mi è parsa purtroppo chiarissima. Ne abbiamo parlato in famiglia, poi mio fratello ha preso la decisione di rivolgersi al Presidente della repubblica».
Perché?
«C’è qualcosa nella giustizia che non funziona. La chiami, se preferisce, anomalia. Mio fratello nella lettera scrive testualmente: “Non sono per la pena di morte ma per una pena equa e certa”. Ecco, questo è anche il mio pensiero e io voglio che il nostro grido arrivi alla più alta carica dello Stato. Con molta umiltà, ma in modo chiaro. Perché questo signore era libero? Si metta nei miei panni: in queste ore ritornano il dolore, l’angoscia, lo stordimento di quei giorni lontani. Un’esperienza dolorosa».
Cosa ricorda?
«Avevo venticinque anni. Fu un’esperienza devastante. Ma alla fine, in famiglia sono quello che ha retto meglio: mia mamma che aveva passato da poco i cinquant’anni, rimase scombussolata e la sua vita è stata segnata; mia sorella, poi, era una ragazzina e ha sofferto come soffrono i ragazzi».
Oggi?
«Le leggo un altro passaggio della lettera a Napolitano: “Presidente, non sa quanto sangue freddo si deve avere apprendendo queste notizie”. Invece, io e i miei fratelli avremmo solo bisogno di vivere in pace».