Il presidente governa sotto la tenda. Per protesta

Eugenio D’Orsi, il presidente della Provincia di Agrigento è stanco, amareggiato. Sorseggia un bicchiere d’acqua, fa un sospiro e guarda fuori dalla sua tenda. C’è un via vai di gente continuo. Lui resta lì, accampato come un Gheddafi agrigentino, deciso a restare in prima linea. «Voglio l’aeroporto e non mi muovo da qui fino a quando le cose non cambiano». Sono passati dieci giorni, lui inizia ad accusare il colpo, barba lunga e occhi rossi, ma non si arrende. Il Presidente vuole il suo aeroporto, c’è già il progetto, dovrebbe sorgere a Licata, duemila persone impiegate, due milioni di passeggeri previsti. Un investimento di 40 milioni di euro, 18 mesi per i lavori, e tutto sarebbe pronto per partire. Agrigento dovrebbe rinascere da qui. Eppure qualcosa non funziona, qui aspettano da 40 anni. «Non sono i fondi che mancano, i finanziamenti li abbiamo, arrivano dalla Regione, dalla Provincia, dai privati. Manca solo l’autorizzazione da Roma. Ma il problema è che un aeroporto qui darebbe troppo fastidio a Palermo e Catania». Il viaggio per arrivare fino a qui in effetti è tortuoso. Dall’aeroporto di Catania o da quello di Palermo ci vogliono almeno due ore. E migliorare la strada che già esiste? Neanche a parlarne, il presidente non ci sta. «Qui in Sicilia ogni chilometro costa 17 milioni di euro. Sarebbero oltre 550 milioni di euro. Un suicidio. È per questo che mi preparo a trascorrere la mia decima notte qui al freddo, in questa tenda che ormai è diventata la mia casa e il mio ufficio». Si sfoga D’Orsi, nella sua sede improvvisata, un tavolino per le conferenze, un piccolo frigorifero, una televisione «per tenersi aggiornato e per la notte che non passa mai», i giornalisti ad ascoltarlo sul ciglio della sua branda. «Non parlatemi di questo letto. Ogni colpo di tosse salto con tutta la brandina avanti di mezzo metro. So che questa protesta rasenta il ridicolo, la pagliacciata, ma è l’unico modo per farmi ascoltare». Il presidente mostra i primi segni di debolezza, dieci giorni iniziano a farsi sentire. «È umiliante, se nel cuore della notte devo andare al bagno devo farmi aprire il palazzo della Provincia». Arrivano gli agrigentini a portargli solidarietà, ceste di frutta, cassate, pizzette. «Sanno che quello che sto facendo lo faccio soprattutto per loro perché un aeroporto cambierebbe la vita a tutti. Non solo per i tanti posti di lavoro che creerebbe, ma tutta l’economia della zona sarebbe risollevata. Anche Trapani ha un aeroporto eppure non ha le nostre stesse potenzialità. Qui c’è tutto, il clima, le bellezze artistiche. Sono stanco di fare i viaggi della speranza a Roma. Ora aspetto dichiarazioni ufficiali».
Fuori la piazza di Agrigento, a febbraio è già quasi estate. Arrivano i pullman carichi di turisti da tutta Italia, passano tedeschi accaldati in maglietta, davanti la guida spiega la storia. I greci, i romani, i barbari. E poi ancora barbari. Vengono a visitare la Valle dei Templi, come un miracolo che si ostina a stare in piedi, che resiste, nonostante i terremoti, nonostante l’uomo. Ma non solo scavi, Agrigento è la terra di Tomasi di Lampedusa, qui c’è il castello del Gattopardo, la terra di Sciascia, di Pirandello, di Camilleri. È su questa Sicilia che il presidente della Provincia vuole scommettere. «Ora anche le terme di Sciacca stanno fallendo. Qui la gente non ci vuole più venire. E così noi rischiamo di scomparire».