Un Presidente dal quorum piccolo piccolo

Piccolo screzio al momento dell’acclamazione tra Bertinotti e An

Gianni Pennacchi

da Roma

Alle 12,53 esatte, nell’aula gremita di Montecitorio è scattato l’applauso che salutava il 505° voto per Giorgio Napolitano. Quei pochi grandi elettori attardati nel Transatlantico, convinti che Fausto Bertinotti non ce l’avrebbe fatta a centrare i tigì del pranzo, son rientrati di corsa per non perdere la festa. Gli applausi eran partiti dal centrosinistra ove in molti tenevano il conto, ma lesti ed entusiasti si sono aggregati quelli dell’Udc in blocco e molti di An, persino qualche forzista, mentre i leghisti rimanevano impassibili. Altri quattro minuti per completare lo scrutinio, e l’applauso festante è ripreso ancor più lungo, mentre Romano Prodi abbracciava Rita Levi Montalcini con delicatezza, quindi Francesco Rutelli non si sa con quanto sincero calore. Quest’ultimo s’è poi mosso per abbracciare Massimo D’Alema e Piero Fassino: che dal grande scambio di pacche sulle spalle non si sia vista scorrere una stilla di sangue, ha del portentoso.
Così ieri, come da programma, il senatore a vita Giorgio Napolitano, figura storica del Pci/Pds/Ds, ex presidente della Camera ed ex ministro dell’Interno, è stato eletto capo dello Stato con 543 voti. Ha avuto quelli che gli spettavano, cioè i voti dell’Unione e pochi altri tra i quali non figura Pier Ferdinando Casini che pur si sbraccia per applaudire. Gianclaudio Bressa, prima dello spoglio, prevedeva per il suo candidato 539 voti «genuini». Ce ne son stati 4 in più, che non fanno storia, e confermano che Napolitano è stato incoronato soltanto dalla metà dei grandi elettori, e per ora è «condiviso» soltanto negli applausi. Il solenne giuramento e il discorso d’insediamento son previsti lunedì alle 17 alla Camera, dopo che Carlo Azeglio Ciampi avrà formalizzato le dimissioni.
Per poter leggere il verbalino finale nel clou dei notiziari televisivi più seguiti, il presidente della Camera ha avviato lo spoglio alla mezza con l’acceleratore, dimezzando i tempi dei tre scrutini precedenti. Sparava raffiche così rapide di Napolitano, bianca, bianca, Napolitano, che Valentina Aprea faticava a raccogliere le schede che Bertinotti le passava. Tempi e numeri entrati: 1.000 presenti e 990 votanti, dunque 9 assenti e 10 astenuti; 543 voti a Napolitano e 347 schede bianche, 42 voti per Umberto Bossi, 10 a D’Alema, 7 per Giuliano Ferrara, 6 per Gianni Letta, 5 a Silvio Berlusconi, 3 per Sergio Pininfarina e altrettanti a Roberto Di Piazza, sindaco di Trieste. Altri voti dispersi 10, 14 le schede nulle. Così Bertinotti ha potuto pronunciare la formula di rito: «Proclamo eletto presidente della Repubblica il senatore Giorgio Napolitano», per poi incartarsi in un giro contorto e confuso di saluti e auguri vari, in cui ovviamente ricorreva spesso il «bene del paese», tale da risvegliare a destra rimproveri e suggerimenti, «Italia!, Italia!». Secca e immediata la replica: «Vorrei assicurare ad ogni componente di questa assemblea che alla presidenza della Camera non sfugge che il nostro paese è l’Italia, la Repubblica italiana fondata sulla Costituzione». Infine, con Franco Marini, è andato al Senato dove l’eletto attendeva, «come da prassi», per comunicargli il gioioso verdetto e festeggiare.
Non c’è stata alcuna sorpresa, dicevamo. Dei 1009 grandi elettori, il centrosinistra ne contava infatti 548. Facile fare i conti tenendo presente che i 10 astenuti sono forzisti che per evitar dubbi hanno rifiutato platealmente la scheda, i demosocialisti della Cdl hanno insistito su Ferrara, la Lega su Bossi, e tutti gli altri voti tranne quelli per D’Alema son di centrodestra. L’Unione in verità ne aspettava qualcuno in più per Napolitano, Prodi ha infatti recriminato che il voto della Cdl era controllato, «andavano di corsa come bersaglieri: per loro è stata un’occasione mancata». Pur se il Polo ha applicato lo stile appreso nei giorni precedenti dallo stesso Napolitano. Il vecchio esperto di tecniche parlamentari, per palesare il suo voto bianco prendeva la scheda dalle mani del commesso, la piegava in due sbandierandola mentre s’avviava lentamente alla cabina, poi scattava come un centometrista ed era già dall’altra parte, a depositar la scheda nell’urna.