Al «presidente di tutti» non ci crede nessuno

Cominciò François Mitterrand, nel maggio di 25 anni fa, entrando all’Eliseo: «Sarò il presidente di tutti i francesi». Due anni dopo Bettino Craxi celebrava Sandro Pertini come «il presidente di tutti gli italiani» nel quinto anniversario dell’insediamento al Quirinale.
Da allora in avanti è stato uno smottamento. Francesco Cossiga sulla tomba di Aldo Moro e poi in visita a Sassari: «Sarò il presidente di tutti gli italiani» (concetto peraltro ribadito il giorno del giuramento). Oscar Luigi Scalfaro appena eletto: «So e sento di essere il presidente di tutti gli italiani». Luciano Violante dallo scranno più alto della Camera: «Sarò il presidente di tutti». Walter Veltroni, segretario dei Ds, al primo intervento di Carlo Azeglio Ciampi: «È il discorso di un presidente di tutti gli italiani». Antonio Bassolino eletto alla guida della Campania: «Sarò il presidente di tutti i cittadini». Enzo Ghigo votato all’unanimità dalla Conferenza dei presidenti delle Regioni: «Sarò il presidente di tutti i presidenti» (ripeto: votato all’unanimità). Leoluca Orlando in campagna elettorale a Catania: «Sarò il presidente di tutti i siciliani» (in realtà vinse Totò Cuffaro, che subito assunse un solenne impegno di tutt’altro segno: «Sarò il presidente di tutti i siciliani»). Pier Ferdinando Casini, presidente della Camera: «Io sono il presidente di tutti». Rocco Buttiglione eletto alla presidenza dell’Udc: «Presidente di tutti». Giuseppe Del Barone confermato alla guida dei medici: «Sarò il presidente di tutti». Vittorio Emanuele di Savoia in una lettera a Ciampi: «Presidente di tutti noi italiani». Silvio Berlusconi in conferenza stampa a Palazzo Chigi: «Sono il presidente di tutti gli italiani». Maxi manifesti sui muri di Milano: «Roberto Formigoni, il presidente di tutti». La sua omologa Maria Rita Lorenzetti: «Sarò la presidente di tutti gli umbri». Il neoeletto Franco Marini: «Sarò il presidente di tutto il Senato». Enzo Biagi all’elezione di Giorgio Napolitano: «Propongo un brindisi al presidente di tutti gli italiani».
Hanno assicurato via Ansa che Napolitano sarà «il presidente di tutti gli italiani», nell’ordine: Emma Bonino (Rosa nel pugno), Annamaria Carloni (Ds), Antonio Politi (Confederazione italiana agricoltori), Romano Prodi, Paolo Galassi (Piccola e media industria), Marco Venturi (Confesercenti), Franco Danieli (Margherita), Oliviero Diliberto (Comunisti italiani), Emanuele Filiberto di Savoia, Guglielmo Epifani (Cgil), Vasco Errani (Ds), Piero Fassino (Ds), Bruno Ferrante (candidato sindaco dell’Unione a Milano), Anna Finocchiaro (Ds), Franco Frattini (Commissione Ue), Davide Gariglio (Consiglio regionale del Piemonte), Sergio Gentili (Ds), Franco Giordano (Rifondazione), Rosa Iervolino (sindaco di Napoli), Carlo Leoni (Ds), Agazio Loiero (presidente della Calabria), Piero Marrazzo (presidente del Lazio), Luca Cordero di Montezemolo, Beppe Pisanu, Gianni Pittella (Ds), Renata Polverini (Unione generale del lavoro), Edoardo Patriarca (Forum terzo settore), l’Unione delle Comunità montane, Maurizio Valenzi (ex sindaco di Napoli), Walter Veltroni, Fabrizio Vigni (Sinistra ecologista), Valerio Zanone, padre Enzo Pacelli (parroco di Castelporziano), Tina Anselmi, Giulio Andreotti, Antonio Bassolino, Sandra Lonardo Mastella (Consiglio regionale della Campania). E finalmente è arrivato lui, Giorgio Napolitano, che, a sorpresa, ha fatto sapere – prima, durante e dopo l’elezione alla presidenza della Repubblica – di voler essere «il presidente di tutti gli italiani». Ora la domanda è: scusate tanto, ma vi pare possibile che un capo dello Stato possa salutare la nazione dicendo «sarò il presidente del 51 per cento degli italiani», o del 48, o del 63, posto che la Costituzione stabilisce, all’articolo 87, «il presidente della Repubblica rappresenta l’unità nazionale»? Dunque che senso ha quest’ovvietà ripetuta come un mantra da chiunque, a cominciare dal diretto interessato?
«“Siamo qui per vedere se è davvero il presidente di tutti gli italiani”, hanno spiegato alcuni abitanti del quartiere di San Basilio che lo attendevano all’uscita del Parlamento» (Ansa, 15 maggio 2006, ore 20.29). Sono gli italiani i primi a non crederci.
STATO DI FAMIGLIA. La Stampa chiede lumi al suo editore John Elkann, erede di Gianni Agnelli ai vertici della Fiat, su come verrà rifatto il Consiglio d’amministrazione della Juventus dopo lo scandalo del calcio: «Ci saranno membri della sua famiglia?». Risposta: «No. In questo momento è importante rafforzare il Consiglio inserendo esperti di sport e professionisti con competenze specifiche. Ma la Famiglia sarà sempre vicina alla squadra». Sinora di Famiglia con la «f» maiuscola se ne conosceva una sola, quella Sacra. La stessa maiuscola appare peraltro anche nella risposta riportata dal Corriere, l’altro quotidiano di famiglia, o Famiglia. Segno che non si tratta di un semplice refuso. Chissà come faranno, alla Stampa, a cogliere le iniziali maiuscole dei sostantivi mentre una persona sta parlando. Certo che fa tanto «famiglia» di Mario Puzo, e di questi tempi non è bello.
GLI IMPROVVISI DI CHOPIN. Sempre dal Corriere si apprende che Francesco Saverio Borrelli, l’ex procuratore generale di Milano che ora indaga per conto della Federcalcio, nel gennaio 2002 «è andato in pensione per sopraggiunti limiti di età». Di solito i limiti di età si raggiungono. Nel caso di Borrelli sono arrivati improvvisamente, dalla sera alla mattina. Forse era seduto nel suo ufficio a Palazzo di giustizia, forse stava montando a cavallo, forse in quel momento suonava Chopin al pianoforte, quand’ecco gli sono piombati addosso i 72 anni e la pensione. Perché mai alla voce sopraggiungere lo Zingarelli si ostinerà a citare il tristissimo esempio «è sopraggiunta la notizia della sua morte»? Resistere, resistere, resistere.
stefano.lorenzetto@ilgiornale.it