Il presidente Usa: «Chiudiamo Guantanamo»

Il Pentagono: ai prigionieri riconosciuti i diritti della Convenzione di Ginevra

Alberto Pasolini Zanelli

da Washington

Guantanamo, presto si chiude. Le prigioni segrete della Cia esistono e sono state molto utili nella guerra al terrore. I metodi di interrogatorio che vi sono praticati hanno portato i loro frutti, consentendo fra l’altro di mettere le mani sullo «stratega della strage dell’11 settembre 2001». Si chiama Khalid Sheikh Mohammed. Assieme ai suoi complici diretti è stato trasferito a Guantanamo e sarà processato. Era uno dei più diretti collaboratori di Bin Laden, e Bin Laden resta il nemico numero uno. Il massimo pericolo viene da terroristi che agiscono in piccoli gruppi o individualmente. Contro di loro in primo luogo l’America sta conducendo la guerra al terrore. Il presidente iraniano Ahmadinejad ha tratti in comune con Bin Laden, che a sua volta è assimilabile a Hitler e a Lenin. Dunque all’Iran non sarà permesso dotarsi dell’arma nucleare.
Così George W. Bush ha sintetizzato una volta di più la sua strategia, senza mutarla ma riuscendo a «condire» il suo vecchio discorso con qualche elemento di novità e qualche annuncio. Quello che ha suscitato il maggiore applauso nella ristretta platea che ascoltava le parole del presidente è stato l’annuncio del processo ad alcuni fra i responsabili della strage di Manhattan. Era stata invitata, con accorta regia, una rappresentanza di familiari delle vittime. I processi, ha aggiunto Bush con forza, «manderanno un segnale ai terroristi, quelli in gabbia e quelli cui continueremo a dare la caccia in tutto il mondo». Con metodi, da ora in poi, più convenzionali e conformi alle leggi internazionali. Le parole di Bush in proposito sono state più chiare del solito, limitando le ambiguità allo stretto necessario. Per la prima volta il capo della Casa Bianca ha ammesso l’esistenza delle prigioni segrete della Cia e di metodi di interrogatorio non ortodossi che vi sono stati praticati. Finora l’argomento era tabù, anche se inchieste di stampa ne avevano svelato da tempo l’esistenza. Khalid e i suoi si erano rifiutati di parlare, ma, «interrogati con metodi alternativi, si sono convinti». Dopo di che sono stati trasferiti a Guantanamo, un primo passo verso la normalizzazione, perché laggiù passeranno anche dalla custodia della Cia a quella del Pentagono e di conseguenza verranno considerati prigionieri di guerra. Una qualifica che la presente Amministrazione Usa aveva rifiutato finora sia ai membri di Al Qaida (veri e propri terroristi), sia agli appartenenti alle milizie talebane, accusati soltanto di aver combattuto contro gli Stati Uniti. Una serie di sentenze dei tribunali Usa, inclusa la Corte Suprema, hanno convinto Bush a restituire maggiore legalità al sistema. Un nuovo progetto presidenziale è all’esame del Congresso, che ha proposte differenti per conto proprio. L’annuncio di ieri dovrebbe rimuovere gran parte dei contrasti. Le attuali «commissioni», bocciate dalla Corte lasceranno il posto a un altro tipo di tribunale militare, sempre speciale ma compatibile con la legislazione. A Guantanamo ci sono ancora, ha annunciato Bush, 445 detenuti (appunto fra terroristi e talebani), cui si sono aggiunti i 14 leader di Al Qaida finora nelle carceri della Cia. Agli uni e agli altri dovrebbero essere fra breve riconosciuti i diritti previsti dalla Convenzione di Ginevra. Agli imputati sotto processo verrà concesso fornirsi di avvocati difensori.
Bush ha dunque annunciato una «revisione», che non implica però un’autocritica. Al contrario, egli ha rivendicato l’utilità delle prigioni segrete anche per la scoperta di «cellule terroristiche in Europa» in particolare i piani di un attacco all’aeroporto di Heathrow a Londra, contro una base dei marine a Gibuti e un piano di Al Qaida per mettere le mani su dell’antrace.
La «guerra al terrore» continua dunque senza sconti e il ruolo personale di Bin Laden viene riportato in primo piano. Qualcuno pensa che si tratti della preparazione di un eventuale annuncio della sua cattura, che verrebbe dato immediatamente prima delle elezioni per il Congresso agli inizi di novembre. Ma si tratta di una speculazione un po’ contorta. Una spiegazione politica più probabile è che si voglia dare risalto anche all’imminente sentenza contro Saddam Hussein, pur tenendo in secondo piano l’Irak come tale, con i suoi sviluppi sempre più negativi.