Presidenziali storiche oggi in Cile: una donna favorita per la Moneda

Al ballottaggio il conservatore Piñera contro la socialista Bachelet

Alberto Pasolini Zanelli

da Washington

Ballottaggio in Cile. Chiunque diventi presidente, sarà una svolta. Anche nel caso vincesse il candidato del centrodestra, Sebastian Piñera, il primo conservatore ad avere scartato l’eredità politica di Pinochet; un indipendente, un imprenditore, un novellino della politica. Se fosse eletto sarebbe una svolta perché da un decennio ormai il Cile è saldamente governato dai socialisti. I sondaggi, però, continuano a indicare quasi unanimi che a prevalere sarà Michelle Bachelet, anche lei socialista.
La sua vittoria sarebbe dunque un segno di continuità, se non fosse per le caratteristiche del personaggio, decisamente non convenzionale. A cominciare dalla sua storia privata: figlia di un generale avverso alla dittatura militare di Pinochet e sua vittima, perseguitata lei stessa dalla dittatura e profuga; ma, attenzione, non in un Paese democratico bensì nella Germania Orientale, quella del Muro, ospite di Erich Honecker. Professione attuale, ministro della Difesa, cosa non comunissima nell’America Latina. Professione di fede: atea. Vita familiare: tre figli da tre uomini diversi, nessuno dei quali è suo marito. E non ci pensa nemmeno a vergognarsene né a nasconderlo: presenta invece il proprio status familiare come qualcosa di molto simile alla norma, alla «realtà del giorno d’oggi». «Ultraliberal» nella vita privata, moderatissima invece nella cosa pubblica, a cominciare dall’economia: promette soprattutto continuità.
Un’immagine contraddittoria, che rispecchia però le contraddizioni del Cile, Paese unico nell’America Latina. È governato dalla sinistra, che si è guardata bene dallo smantellare la «rivoluzione economica» liberista del dittatore Pinochet, ma anzi ne ha consolidato le riforme con una gestione molto pragmatica, simile a quella di Tony Blair in Gran Bretagna con l’eredità thatcheriana. L’America Latina in questo momento si sta spostando a sinistra, ma non c’è nulla in comune tra la socialdemocrazia di tipo europeo che gestisce Santiago e la rivolta e la demagogia dei vari Chavez e Morales, misture fuori tempo di Guevara e di Perón, intrise di antiamericanismo viscerale, mentre il Cile degli eredi di Salvador Allende (di cui la Bachelet è devota) mantengono le migliori relazioni con Washington di tutto il continente, dal confine messicano alla Terra del Fuoco. Perfino sulla guerra all’Irak la diplomazia cilena ha mostrato comprensione per Bush, anche se un cileno «antiamericano» è stato eletto di recente presidente dell’Osa, la Confederazione degli Stati Americani, contro l’opposizione di Washington. Il Cile è anche l’unico Paese del Sudamerica a far parte di una zona di libero scambio con gli Stati Uniti.
Ciò accade soprattutto perché le spinte apparentemente contraddittorie finiscono col coincidere in direzione della modernità. Il Cile di Allende e poi di Pinochet era politicamente arcaico quasi quanto i Paesi vicini, diviso tra un socialismo massimalista e un conservatorismo cattolico nello stile della Spagna di mezzo secolo fa. Oggi Santiago è di gran lunga la capitale più moderna dell’America Latina. La più «privatizzata» nell’economia, la più avanzata tecnologicamente. I cileni sono addirittura primi al mondo nell’uso di Internet: nove su dieci pagano online anche le tasse, che fra l’altro sono piuttosto basse. La capitale consiste in realtà di due città che hanno in comune poco più del nome: il vecchio centro ammuffito e dilapidato, pieno di ricordi e di nostalgie, che vota a sinistra, e i quartieri nuovi, lucidi e asettici, di architettura e di servizi quasi californiani o texani. Di Pinochet, novantenne e sotto inchiesta, si parla quasi più all’estero che in Cile. Si guarda al futuro, e la figura non convenzionale della Bachelet esprime col suo passato e il suo presente una delle strade possibili per conciliare i contrasti, in una modernità per qualche verso avventurosa.