Presidenziali Usa, Hillary resta in gara ma non riesce più a pagare i debiti

L’ex first lady respinge l’appello del presidente del partito democratico: «Andrò fino alla convention». Sempre più difficile la sua situazione finanziaria

Hanno deciso di contendersi la nomination fino in fondo. O meglio: lo ha deciso Hillary Clinton che in un'intervista alla Washington Post ha respinto sia l'appello del senatore del Vermont, Patrick Leahy - che l'aveva invitata a farsi da parte - sia, soprattutto, quello del presidente del partito democratico Howard Dean, che in settimana aveva sollecitato i due rivali a decidersi entro il primo luglio.
«Non mi fermerò fino a quando non avrò concluso ciò che ho iniziato - ha spiegato l'ex first lady -. E fino a quando non vedrò quello che accadrà nelle prossime dieci consultazioni e fino a quando non si risolverà la questione delle primarie in Florida e Michigan. E se nel frattempo non troveremo una soluzione, la troveremo alla convention». Grintosa, appassionata, irriducibile. I membri del suo clan lo ripetono da tempo: non mollerà mai e ora è chiaro a tutti.
Secondo copione Barack Obama avrebbe dovuto reagire con rabbia, denunciando il tentativo di scippargli una vittoria che la matematica legittima: ha un vantaggio di 140 delegati che difficilmente potrà essere colmato nelle prossime settimane e di cui anche i superdelegati (i notabili del partito) dovrebbero prendere atto. E invece il senatore di colore si è schierato con la sua rivale. «La signora Clinton può restare in corsa per tutto il tempo che vuole», ha dichiarato nel corso di una conferenza stampa a Johnstown, in Pennsylvania, lo Stato dove si voterà il 22 aprile. «Il suo nome è sulla scheda e finora è stata un'avversaria fiera e straordinaria. Naturalmente è convinta che sarà la migliore candidata alla Casa Bianca ed il miglior presidente; dunque è normale che vada avanti». Corretto, altruista, un vero gentiluomo, Barack Obama sconcerta alcuni dei suoi sostenitori ma incassa l'ammirazione di buona parte dell'opinione pubblica. Se l'America è una grande democrazia, è giusto che siano gli elettori ad avere l'ultima parola. Un discorso esemplare, ma non del tutto disinteressato, perché nel giorno in cui Hillary annuncia battaglia, il senatore dell'Illinois sa di poter contare sul fattore debito. I mutui subprime per una volta non c'entrano nemmeno e nemmeno i cronici deficit della bilancia dei pagamenti statunitensi. I debiti che rischiano di diventare decisivi sono quelli della Clinton. Il sito politico.com le ha fatto i conti in tasca, scoprendo che nonostante le vittorie in Ohio e in Texas e il conseguente afflusso di nuovi fondi, molti dei suoi fornitori non vengono pagati da mesi. Trattasi di servizi elementari e per importi spesso irrisori: il catering, l'affitto delle attrezzature per i comizi, le bollette telefoniche. E non si tratta di normali ritardi: le lettere di protesta e le ingiunzioni rimangono senza risposta. Eppure in cassa poche settimane fa, secondo i dati forniti dalla Commissione elettorale, la senatrice di new York aveva 38 milioni di dollari. E allora? Un caso di avarizia cronica o forse di straordinaria inefficienza organizzativa? Macchè, Hillary è semplice in bolletta. Quel tesoro è virtuale, Infatti ai 38 milioni bisogna sottrarne 22, che sono vincolati alla conquista della nomination, dunque spendibili solo nell'eventuale duello con il repubblicano John McCain.
Ai 16 rimanenti vanno dedotti 8,5 di fatture non pagate e altri 5 di prestiti non rimborsati. Insomma, in contanti resterebbero poco più di 2,5 milioni di dollari, mentre Obama ha fondi per 31 milioni, utilizzabili subito e con appena 600 mila dollari di debiti. Sa che Hillary i soldi per arrivare fino in fondo non li ha. E può permettersi di aspettare, perfidamente cavalleresco.
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