Il presidenzialismo? Non è un limite alla democrazia

Primo quesito: è possibile il berlusconismo senza Berlusconi o meglio, per buttarla in politica, può avere un futuro il Popolo della libertà senza la figura del suo - prima - fondatore e - poi - indiscusso leader carismatico? Secondo quesito: il presidenzialismo equivale irrevocabilmente al plebiscitarismo? Intorno a questi due perentori interrogativi, se si ha il coraggio di andare al sodo, si sta giocando - da ormai tre lustri, con una forte drammatizzazione in queste ultime settimane - la partita del tormentato passaggio dalla «Repubblica dei partiti» alla «Repubblica dei cittadini», ossia da un confuso pluripartitismo a un bipolarismo stabile e da un parlamentarismo spinto a un presidenzialismo più o meno temperato.
Senza un centrodestra in qualche modo unificato non può esistere, infatti, una qualsiasi «democrazia dell’alternanza» e, senza un rafforzamento del potere esecutivo, non può funzionare una democrazia che non voglia restare ostaggio dei partiti. Difficoltà politiche contingenti a parte, non c’è dubbio che un serio ostacolo al consolidamento del bipolarismo è venuto, per un verso, dalla riserva, nutrita a sinistra, sulla saldezza del «partito di Sua Emittenza» (snobbato ora come inconsistente «partito di plastica» ora come effimero «partito del presidente»), per un altro dalla pregiudiziale sull’inesorabile «deriva plebiscitaria» che assumerebbe una qualsiasi riforma delle istituzioni in senso presidenzialistico.
Il centrodestra ha subìto sempre con malcelato fastidio questo fuoco di sbarramento opposto dal fronte avversario, limitandosi per lo più a protestare il carattere pregiudizialmente avverso di queste critiche. Oltre una risentita reazione di rigetto delle supponenti svalutazioni della sua forma-partito e dei giudizi liquidatori delle sue proposte di riforma istituzionale, raramente è riuscito, però, ad andare. Ha faticato a opporre un’articolata considerazione che dotasse del necessario respiro storico e politologico la «rivoluzione politica» di cui si è erto a convinto fautore.
Un contributo di peso a far uscire dalle secche di una polemica spicciola sia il progetto del partito unico del centrodestra sia il suo correlato progetto di riforma istituzionale in senso presidenzialistico viene ora da un pamphlet agile quanto stimolante di Gaetano Quagliariello (Gaullisme. Une classification impossibile, Paris, L'Harmattan, pagg. 100, euro 12,50). Dal titolo può risultare sospetto di astrattismi accademici. Invece offre una solida, originale proposta di riflessione che si esercita sulla Francia, ma che non fa misteri (il sottotitolo è sufficientemente eloquente: Essai d'analyse comparée des droites française et italienne) di voler parlare a suocera perché nuora intenda. Come si evince dall’esperienza del gollismo francese, un partito del presidente (De Gaulle) può avere lunga e florida vita (Sarkozy) e il presidenzialismo non necessariamente affoga nel plebiscitarismo. Basta operare su un orizzonte largo, tanto largo da ricomprendere la lunga storia della proprio Paese, e non restare prigionieri di un gretto calcolo di convenienza immediata.
Ai mali di un regime parlamentaristico, ai vizi di un partitismo travalicante l’autorità dello Stato e dissolvitore del vincolo della nazione, si può rimediare senza sconfinare nella crisi della democrazia. Basta trovare la quadra tra principio della sovranità popolare e salvaguardia di un rapporto di continuità nella storia della nazione, ma prendersi carico del suo passato e riuscire a proiettarlo nel futuro. È stato il merito (e il fondamento della vitalità) del gollismo, che indubbiamente ha incorporato non pochi elementi della tradizione bonapartista ma ha saputo, attraverso ibridazioni successive, incorporare altre tradizioni fino a strutturare un partito nuovo, insieme di massa e della nazione.
Facile a dirsi ma difficile a farsi si obietterà, quando si passa a tradurre la lezione gollista in italiano. Le complicazioni sono molte e pesanti: una destra col fardello storico della delegittimazione e una sinistra monopolista della legittimità della Resistenza, antifascismo dotato di un superiore statuto morale rispetto all’anticomunismo, «una costituzione materiale superiore a quella formale che coincide con il governo della grande coalizione» e che ha condannato alla marginalizzazione la destra. Il Pdl - sembra suggerire Quagliariello, dimettendo i panni dello storico per indossare quelli del politico - ha comunque una lezione su cui riflettere e anche una bussola per uscire da un guado in cui rischia altrimenti di affogare.