Il presidio dell’Occidente

Dopo alcune settimane di una guerra nel libano sempre più grave il bilancio che se ne può trarre non è confortante. Se pure si fosse nutrito qualche dubbio, è ormai chiaro che in quella striscia di terra non si sta solo scontrando l’esercito regolare di Israele con le milizie sciite per recuperare i due soldati rapiti ma si combatte una guerra di ben altra portata. È la resistenza dell’Occidente democratico tramite il suo presidio israeliano nei confronti del fondamentalismo islamista che è all’attacco su più fronti. L’armata ideologica di Allah si avvale di una ben delineata strategia (guerriglia e terrorismo), di un centro propulsivo ricco e forte con base territoriale (Iran) e di una rete di esecutori diversi e tra loro coordinati (Bin Laden, Jihad, Hezbollah, Hamas).
Dopo l’11 settembre e le stragi di Madrid e Londra, e in parallelo con la guerriglia d’Irak, non c’è alcun dubbio che il rapimento delle milizie di Hassan Nasrallah sia stata una provocazione orchestrata dai burattinai di Teheran (e Damasco) quale escalation calcolata nel lungo e inesorabile cammino che tende all’impossessamento violento dell’intero Medio Oriente attraverso l’eliminazione di tutte le presenze e tendenze moderate e modernizzatrici di tipo musulmano o occidentale.
La battaglia dell’immagine, così importante per le masse arabe, presenta al momento un esito ambiguo. Infatti lo Stato di Israele, vittima designata dei nemici che ne vogliono la distruzione, passa per carnefice a causa dei bombardamenti diretti contro le milizie terroristiche le quali si fanno scudo dei civili, donne e bambini, e costringono con cinismo il fuoco nemico a non distinguere tra obiettivi militari e danni civili. Di più: quando si parla di bombardamenti, la maggior parte dei media compiacenti è portata ad esagerare il numero delle vittime libanesi salvo poi ridimensionare la cronaca come nel caso di Cana, mentre non danno molto spazio ai morti civili caduti in terra israeliana sotto il fuoco dei potentissimi missili di Teheran. Perfino i nostri governanti non trovano di meglio che parlare di “sproporzione” della reazione israeliana mentre tacciono sul perdurante spropositato impiego missilistico degli hezbollah contro le città israeliane.
Ancora più deludente è il ruolo delle organizzazioni internazionali che dovrebbero contribuire alla pace. La vicenda libanese mette ancora una volta in luce l’incapacità delle Nazioni Unite di intervenire efficacemente laddove ce n’è bisogno. Il dibattito sul cessate il fuoco e le truppe di interposizione sembra un chiacchiericcio senza fine. Del resto la crisi di Beirut ha radice proprio nell’inerzia dell’Onu nel fare eseguire la risoluzione 1559 che imponeva il completo disarmo delle milizie sciite dopo il ritiro volontario di Israele dalle alture del Golan. L’antica fiducia nel diritto e nelle istituzioni internazionali ci fa velo nell’ammettere che le Nazioni Unite, costituite in maggioranza da Paesi che non rispettano diritti umani e civili e paralizzate dal meccanismo di veto del Consiglio di sicurezza, sono ormai uno strumento inservibile per la soluzione delle crisi internazionali nel segno della libertà e della democrazia.
Né dà maggiori speranze per un intervento di pace l’Unione Europea al cui interno il nazionalismo francese e l’indifferenza degli altri Paesi ostacolano quelli che dovrebbero essere alcuni dei suoi principali compiti internazionali: la difesa dello Stato di Israele, la lotta al terrorismo, e la realizzazione di un equilibrio pacifico con la convivenza dei diversi popoli in quel Medio Oriente che ormai è il principale terreno di confronto e scontro tra le grandi opzioni della civiltà moderna.
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