Pressing dei vertici azzurri: diamo la spallata al premier

Solo Frattini e Letta sarebbero ancora schierati sul fronte del sì al rifinanziamento

dal nostro inviato

a Fiuggi (Frosinone)

L'imperativo di tutto lo stato maggiore di Forza Italia resta quello di sempre: «Far cadere questo governo il prima possibile». Ma per sferrare l'offensiva «bisogna tenere i nervi saldi e fare le mosse giuste sulla scacchiera. È uno snodo complicatissimo. Dobbiamo tenere conto delle tante variabili e delle mille implicazioni» che accompagnano il delicatissimo voto di domani sull'Afghanistan, ragiona un dirigente azzurro, parlando con un gruppo di ragazzi fuori dal Palazzo delle Fonti. Nel frattempo arrivano le volanti della scorta presidenziale. E Silvio Berlusconi entra in sala accolto dalla consueta ovazione. Il teatro, fin dal primo mattino, è già in «overbooking» di presenze. Si accendono, allora, i maxi-schermi per offrire la visione dell'evento ai tanti militanti locali che non riescono ad entrare.
La tensione e l'entusiasmo sono alle stelle. E il popolo azzurro cerca di comunicare in tutti i modi ai suoi dirigenti qual è il sentimento dominante in vista della prova del fuoco di domani. «Dobbiamo dare la spallata al governo. Altrimenti questi vanno avanti per anni» dicono i militanti, dettando la loro personale dichiarazione di voto. In realtà lo sforzo prodotto dalla base è pressoché superfluo.
Nel partito, infatti, non abbondano di certo le colombe. Gli unici ancora ascrivibili a questa categoria sono Gianni Letta e Franco Frattini. Gli altri, da Giuseppe Pisanu, a Fabrizio Cicchitto, da Sandro Bondi a Claudio Scajola, sono sempre più convinti che il dovere della responsabilità non possa più essere declinato attraverso il «sì» al rifinanziamento.
Le colombe, insomma, hanno messo gli artigli e si sono trasformate in falchi. Tanto che, nella serata di sabato, al termine di una cena di gala organizzata da Mario Valducci, lo stesso Bondi confessa che «se le cose non cambieranno, nella più morbida delle ipotesi ci asterremo». Una scelta che, in base al regolamento vigente al Senato, equivarrebbe a votare «no». Sempre il coordinatore azzurro, dopo aver letto l'intervista di Massimo D'Alema a «Repubblica», riparte all'attacco. «Se fossimo in un Paese serio tutte le forze politiche insorgerebbero di fronte a un'esplicita minaccia e a un ricatto rivolto dal ministro degli Esteri all'opposizione. Siccome nessuno lo farà abbiamo un motivo in più per mandare a casa questi signori tanto irresponsabili quanto arroganti».
La questione, però, è tutt'altro che chiusa. Dentro Forza Italia, infatti, molti sono convinti che la spaccatura con l'Udc non rimarrebbe senza conseguenze e il voto potrebbe tramutarsi in una sorta di cavallo di Troia, utile ad aprire una stagione neocentrista. Un timore che risuona anche sulle sponde della sinistra radicale che non guarda con piacere al sostegno solitario del partito di Pier Ferdinando Casini al decreto. Per questo si sta lavorando per trovare una soluzione alternativa: convincere l'Unione a votare un ordine del giorno firmato da Renato Schifani. Un documento che produrrebbe una sostanziale modifica delle regole d'ingaggio, regalando maggiori certezze ai nostri soldati e un ruolo più attivo di fronte alla crisi.
Dopo l'apertura di Franco Marini, segnali di buona volontà sarebbero già arrivati da diversi settori del centrosinistra. Ma l'operazione è complessa e rischiosa per entrambi gli schieramenti. E il lavorío dei contatti incrociati per tradurre in termini parlamentari l'invito alla collaborazione lanciato dal presidente del Senato si intreccia tra mille timori e perplessità.