Pressing della sinistra, disagio sul Colle

Concluse le consultazioni al Quirinale, Giorgio Napolitano ha forse pensato a un suo illustre conterraneo. Ma sì, a Eduardo De Filippo. E ha convenuto con lui che era meglio che passasse la nottata. Per riordinare le idee, visto che la quadratura del cerchio si presentava più problematica di quanto non ritenessero gli uomini di centrosinistra. A cominciare, si capisce, da Romano Prodi. È un luogo comune che la notte porti consiglio. Già, ma proprio qui stava il guaio. Prima di darselo, il «consiglio» Napolitano lo aveva ricevuto un po’ da tutti i protagonisti e comprimari della disfatta ministeriale. E che consiglio! Non qualche parolina sussurrata all’orecchio del commissario alle crisi. No, un vero e proprio ukase ad alta voce, degno dei «bravi» di manzoniana memoria. «Questo rinvio del governo alle Camere s’ha da fare».
Del resto Lor signori, si sa, perdono il pelo ma non il vizio. Dopo il tormentato settennato di Cossiga, del quale volevano disfarsi perché non disposto a farsi condizionare, hanno sempre considerato il Quirinale più cosa loro che cosa nostra. Voglio dire di noi italiani. Un’infinità di volte hanno tirato per la giacchetta sia Scalfaro, che non ne aveva bisogno in quanto dava assicurazioni di suo, sia Ciampi. Perché il Colle diventa viva vox constitutionis, secondo la celebre frase di Piero Calamandrei dopo il messaggio d’insediamento di Gronchi, solo quando fa loro comodo. Solo quando si pone in posizione per così dire dialettica nei confronti di un governo di centrodestra o comunque considerato non sufficientemente spostato a sinistra.
Questo «consiglio» deve avere messo a disagio l’inquilino del Colle. Proprio perché viene da lontano, ma si vede che di strada ne ha fatta, proprio perché a differenza di Ciampi è stato eletto non già a larghissima maggioranza ma esclusivamente con i voti del centrosinistra, proprio perché il centrodestra pur non avendolo votato ne apprezza il modo con cui rappresenta l’unità nazionale, Napolitano ci tiene moltissimo non solo ad essere ma anche ad apparire assolutamente imparziale. E allora ha sì sposato alla fine la tesi del rinvio del governo alle Camere, ma ha motivato con puntiglio il proprio operato come mai avevano fatto i suoi predecessori.
Così Napolitano ha pronunciato il sospirato sì solo dopo aver detto parecchi no. No a un governo di larghe intese, perché l’ipotesi non è stata suffragata dai necessari consensi. No a un immediato - immediato, si noti - scioglimento delle Camere in omaggio a una prassi, affermatasi ai tempi della Prima Repubblica, secondo la quale prima dell’appello al popolo il Colle doveva uniformarsi al motto dell’Accademia del Cimento. Provare e riprovare. E poi perché prima di andare alle urne conviene una modifica di una legge elettorale diventata la classica figlia di nessuno. Infine no a un reincarico a Prodi, probabilmente perché considerato una inutile perdita di tempo. I Tartarin di Tarascona dell’Unione hanno assicurato di avere la maggioranza al Senato. Perciò non rimaneva che il rinvio alle Camere, che però sa di muffa. Difatti nelle democrazie maggioritarie i Parlamenti possono sì disfare i governi. Ma a battezzarli ci pensa direttamente il popolo.
Ora Prodi brinda allo scampato pericolo. Al suo posto, non venderemmo anzitempo la pelle dell’orso. Perché se al Senato farà prima o poi un capitombolo, uscirà di scena. E per sempre.
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