Pressione fiscale, Roma batte Milano

«È tutto da rifare» avrebbe esclamato il campione del ciclismo Gino Bartali: a Roma si pagano più tasse che a Milano. Almeno se per il raffronto si utilizzano come indicatori le principali aliquote, cioè Irpef e Irap, «sganciandole» dal reddito pro capite. Una realtà diversa da quella emersa dallo studio della Cgia di Mestre - pubblicato domenica dai grandi quotidiani nazionali -, secondo cui Roma sarebbe al dodicesimo posto nella classifica della pressione tributaria locale. Nel 2005 in sostanza, ogni romano ha pagato a Comune, Provincia e Regione in media 1.773 euro contro i 2.082 dei milanesi, che si sono piazzati al primo posto della speciale graduatoria. «Dove si pagano maggiori tasse - aveva commentato il segretario della Cgia, Giuseppe Bortolussi -, almeno in linea teorica, si hanno livelli sia quantitativi sia qualitativi di servizi migliori. Non solo. L’indicatore che abbiamo preso come punto di riferimento, ovvero il pro capite, è un buon riferimento che rischia, però, di penalizzare il risultato di quei comuni che hanno un numero di residenti relativamente basso».
Una spiegazione che fin dall’inizio non aveva convinto il governatore della Lombardia, Roberto Formigoni: «Questi dati non sono significativi - aveva replicato l’esponente di Fi -. Se vogliono fare un’analisi seria, forniscano quelli sulla pressione fiscale. E si vedrà che in Lombardia è fra le più basse. Qui si lavora e si produce e per questo le tasse, almeno in termini assoluti, sono le più alte». In termini relativi infatti - come ha evidenziato ieri il senatore di Alleanza nazionale, Andrea Augello -, assumendo cioè come indicatori le principali fonti di gettito (Irpef comunale e regionale e Irap regionale) e senza considerare il parametro fuorviante del cosiddetto «pro capite», la faccenda cambia. E di molto. Nella Capitale - rispetto alla media nazionale - l’aliquota regionale Irpef segna più 1,40 per cento. Quella comunale Irpef più 0,75 per cento e l’Irap regionale è al più uno per cento (il massimo). A Milano l’aliquota comunale Irpef e regionale Irap sono a zero (sempre rispetto alla media nazionale) e quella regionale Irpef è del più 1 per cento (quindi inferiore rispetto al Lazio). Il risultato è sotto gli occhi di tutti: la pressione fiscale che grava sui romani è maggiore rispetto a quella dei meneghini. E a riequilibrare la situazione non bastano certo le altre fonti di gettito a favore degli enti locali: tariffa rifiuti e Ici per i comuni. Imposta sulla Rc auto, addizionale sull’Enel e imposta di trascrizione per le province. Compartecipazione su Iva e accise della benzina per le regioni. Tutte voci «deboli», come dimostra l’esempio dell’Ici comunale sulla prima casa, che a Roma è al 4,6 per mille e a Milano al 4,7 per mille.
Ma la capitale esce con le ossa rotte anche dal confronto con Torino e Venezia: nel capoluogo piemontese l’aliquota regionale Irpef è pari a quella laziale (più 1,40 per cento) e si applica dagli 11mila euro di reddito. Ma quella comunale Irpef è «più 0,5 per cento» (contro lo 0,75 capitolino) e l’Irap è a zero. In laguna l’aliquota regionale Irpef segna un modesto più 0,5 per cento (e dai 29mila euro di reddito) e quelle regionali Irap e comunali Irpef sono a zero. E l’impressione è che se si andasse avanti con il giochino, la Capitale scalerebbe altre posizioni rispetto alla classifica della Cgia. «Ormai - conclude Augello - la vera questione fondamentale è quella dell’impatto della fiscalità locale sulle tasche dei cittadini. Una realtà che nel Lazio sta diventando emergenza».