Pressioni su Unipol, Di Pietro contro D’Alema

da Roma

È irritato Massimo D’Alema. E reagisce duramente alle notizie sulle dichiarazioni di Clementina Forleo al tribunale di Brescia e al Csm, che lo tirano in ballo per presunte pressioni sulla magistratura milanese per le sue intercettazioni sull’inchiesta Unipol-Bnl. «Non conosco il procuratore generale Blandini né ho avuto contatti con alcun magistrato milanese né ho mai esercitato pressioni di alcun genere sulla magistratura», fa sapere con una nota il leader Ds. Che aggiunge di aver dato mandato ai suoi avvocati, sulla base delle notizie di stampa, di «compiere gli atti giudiziari necessari per ristabilire la verità e tutelare la mia onorabilità».
Prima di lui già il suo legale e senatore Ds Guido Calvi ha sparato a zero sulla Forleo, preannunciando che D’Alema non lascerà correre ma, se il Csm non «farà il suo dovere» nei confronti del gip, non continuerà «a subire campagne di questo genere», come gli altri interessati.
Un clima che non piace al leader dell’Idv Antonio Di Pietro. Che accusa: «C’è un rovesciamento dei ruoli: i magistrati sono indagati per azioni disciplinari, come la Forleo e De Magistris e passa il messaggio, ancora una volta, che i politici sono intoccabili».
Secondo la Forleo Blandini (che però smentisce) le avrebbe detto, mesi fa, che il ministro degli Esteri aveva chiamato in Procura preoccupato che fossero divulgate sue conversazioni personali, nelle quali esprimeva giudizi poco lusinghieri su compagni di partito, compreso il segretario Piero Fassino. Giudizi che potevano nuocere al nascente Partito democratico. D’Alema precisa che le intercettazioni in questione «sono depositate presso il Tribunale di Milano e ognuno può constatare che esse - peraltro già rese pubbliche - non contengono alcun giudizio su personalità politiche».
Ma quelle depositate non sono tutte le intercettazioni, bensì le parti considerate utili alle inchieste. E sembra verosimile che un intercettato si preoccupasse di che cosa fosse dato in pasto ai mass media, per le sue conseguenze politiche. In effetti il gip Forleo ha sostenuto che, dopo l’invito alla prudenza di Blandini perchè fossero messe a disposizione dei legali e quindi dell’opinione pubblica solo le conversazioni rilevanti per le indagini, lei si assicurò che agli atti non ci fossero frasi di carattere privato, anche parlando con il pm Fusco (uno dei titolari dell’inchiesta). Tutto è intendersi sul significato del termine «privato».
Per Di Pietro rimane il fatto che i magistrati che portano avanti inchieste sulla casta del Palazzo finiscono nel ruolo di «imputati», mentre «dei politici implicati nelle loro indagini non parla più nessuno». Scrive sul suo blog il ministro delle Infrastrutture: «Le lacrime di un giudice vengono fatte passare per lo sfogo di una persona sull’orlo di una crisi di nervi, come a testimoniare la sua inattendibilità. Le indagini Unipol e Why Not vedono coinvolti personaggi di primissimo piano appartenenti a entrambi gli schieramenti politici, delle loro eventuali responsabilità si è persa ogni traccia». Insomma, per Di Pietro «si preferisce orientare l’opinione pubblica sulle presunte mancanze dei giudici», piuttosto che su quelle dei politici. Risultato: la gente, che ormai ha capito questo «teatrino», si allontana dalla politica e la nostra democrazia è «ogni giorno più debole».