"Presto gli incentivi per la nautica"

Secondo Grillo, presidente della Commissione permanente per i Lavori pubblici, la riforma della legge sui
porti farà uscire il comparto dalla crisi, insieme con gli aiuti annunciati dal ministro Claudio Scajola<br />

«Niente incentivi al comparto auto, ma aiuti a settori come gli elettrodomestici, la nautica e il mobile. Da approvare entro febbraio e in vigore fino alla fine di giugno». Così parlò il ministro Claudio Scajola, delineando alla Camera la strategia del governo sugli incentivi. In quella occasione, Scajola ebbe a precisare: «Ne abbiamo ragionato con il presidente Berlusconi e con il ministro Tremonti: abbiamo diverse ipotesi sul tavolo. Stiamo valutando le risorse disponibili». Il senatore Luigi Grillo, presidente della VIII Commissione permanente (Lavori pubblici), relatore della legge di riforma dei porti e del turismo nautico, si lascia andare a un cauto ottimismo. «Forse ci siamo», dice. E quel «forse» dipende tutto da Giulio Tremonti, il duro dal braccino corto. Che il ministro dell’Economia sia un po’ allergico alla cosiddetta «economia marittima»... è un dato di fatto. Egli ama la montagna, con tanto di attestato di Maestro di sci ad honorem.
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«Ma no, Tremonti è solo alle prese con le poche risorse, e giustamente conta i centesimi. Il problema è un altro: dobbiamo capire che cosa possiamo fare per recuperare il grave gap infrastrutturale che ci separa dai nostri diretti concorrenti: Francia e Spagna».
Appunto. Il gap è davvero impietoso: un porto ogni 14,2 chilometri di costa. La Francia ne conta uno ogni 8. La Spagna uno ogni 6,5.
«Purtroppo in Italia i tempi delle riforme e della burocrazia sono biblici. La svolta nel settore è stata data dal governo Berlusconi nel 2001-2006. Infatti il settore nautico dal 2003 in poi ha registrato trend favolosi. Almeno fino alla crisi globale. Ricordo il Codice Nautico, il leasing italiano, l’abolizione della tassa di stazionamento. E altro ancora. Non è poco».
Neppure tanto, però.
«È vero, si deve fare di più. Basti pensare che in Italia abbiamo circa mezzo milione di natanti a fronte di appena 135mila posti barca. La legge di riforma della portualità, prevede infatti la conversione in porti turistici di alcune aree dismesse o quasi. Bisogna individuare tutte quelle banchine inutilizzate e abbandonate nei porti commerciali. Stiamo lavorando».
I porti turistici rientrano nel piano triennale elaborato da Ucina, presentato lo scorso ottobre a Genova.
«Le proposte di Ucina sono molto interessanti, e noi siamo molto attenti. Se riuscissimo a superare gli ostacoli burocratici, scatterebbero subito investimenti per 3 miliardi di euro, con nuova occupazione e nuovo gettito per l’erario. Ucina può contare sulla sensibilità del governo, ma poi è costretta a fare i conti con le Regioni, le Province e i Comuni, ovvero con chi governa, non sempre nell’interesse della comunità, i rispettivi territori».
Torniamo agli incentivi. L’industria nautica francese, sta per ottenere grandi risorse dal governo.
«Come ha detto Scajola, è evidente che l’impegno del nostro governo c’è. La Nautica deve superare il momento di sofferenza. Ci saranno incentivi per l’innovazione, per materiali e motori che non inquinano. La nuova produzione, dopo la crisi finanziaria, passa obbligatoriamente dalla sostituzione degli stampi sui quali viene laminata la vetroresina. Tutto questo richiede finanziamenti importanti per le aziende».
Però questo impegno finanziario non beneficia della detassazione degli utili investiti in nuovi macchinari, come accade per altri comparti. Lei sa bene che i cantieri investono nelle nuove tecnologie da almeno 10 o 15 anni.
«La fiscalità è un nodo complesso. È evidente che senza federalismo fiscale non ci potrà essere una riforma compiuta. Il mio progetto legislativo è buono, dipende tutto da Tremonti, ma sono ottimista. Per il resto non faccio previsioni, ma entro la fine di questo mese tutto dovrebbe essere più chiaro, con risorse già disponibili. E so per certo che Claudio Scajola è un uomo di parola».
C’è, infine, una situazione critica nel regolamento che riguarda i superyacht...
«In Italia si costruisce almeno il 60% delle grandi barche, le comprano anche gli ialiani, ma battono altre bandiere. Dobbiamo fare in modo, attraverso regole adeguate, di convincere gli armatori a rimanere in Italia».
E se copiassimo la micro-repubblica di Singapore, ma grande Repubblica marinara e finanziaria?
«Bella domanda. È un suggerimento o un sogno?».