Il prete dei rom: «Nei campi comanda il racket»

Padre Traian: «Fate i nomi dei boss della prostituzione e della droga»

Gianandrea Zagato

Qualche «imbecille» che si beve una storiella strappalacrime lo trovano sempre. Padre Traian Valdman però non ci casca. Lui, vicario eparchiale della comunità ortodossa romena in Italia, sa che dietro «mendicanti e accattoni rom c’è il racket»: «Quelli che, ai semafori o in piazza Duomo e sui vagoni del metrò, chiedono “monetine” sono addestrati da gente senza scrupoli. Ripetono sempre la stessa litania, filastrocche tutte uguali e con la stessa, unica richiesta finale: soldi, soldi e sempre soldi».
Abbassa la testa, padre Traian, quasi vergognandosi dei suoi connazionali. Ma non è la testa che affonda nella sabbia: lui non s’arrende davanti questi comportamenti, sa che bisogna dar loro la possibilità, l’opportunità di realizzarsi come uomini. Anche se, statistica alla mano, il novantanove per cento dei reati commessi da stranieri portano dritti dritti a chi ha in tasca un passaporto romeno. «Quando vado per campi nomadi ritrovo sempre qualcuno uscito dal carcere che, mi dice, continua a rubare. Ladro per sopravvivere. Che dall’esperienza della vita non trae nessun insegnamento. E incontro tante mamme che mi supplicano di indicare ai loro figli una strada diversa da quella dei furti. Che gli dico? Non è facile convincerli. Ma, attenzione, nei campi sparsi su Milano non ci sono solo delinquenti: c’è tanta gente perbene...». È a loro che padre Traian lancia un appello: «Prendete il coraggio e fate alla polizia nomi e cognomi di chi infanga la vita». Come dire: «Tutti ma proprio tutti sanno chi sono i boss della prostituzione e della droga e, quindi, non possono far altro che denunciarli».
Scelta conseguente per chi vuole condividere la legalità e le regole della convivenza civile, «quelle che nelle baraccopoli non sono rispettate». Violazione che, comunque, non può impedire un miglioramento della qualità della vita in quei campi, «Milano ha fatto tanto, di più: adesso, facciano anche le altre Istituzioni». Messaggio diretto alla Provincia di Milano che dovrebbe convincere i comuni del Milanese ad accogliere chi, all’ombra della Madonnina, più che «indesiderato» è considerato ospite «insostenibile». «Cosa? «Campi piccoli, trenta-quaranta rom e servizi ma, soprattutto, controlli: all’ingresso e all’uscita del campo».
Ricetta di un sacerdote che, un giorno sì e l’altro pure, fa visita alle aree dismesse e alle favelas meneghine: appuntamenti con tanto di immaginetta e di preghiere da recitare insieme. Tentativo di fare un passo avanti sulla strada dell’integrazione, quella fatta di diritti ma anche di doveri. Strada che non è lastricata di falsi buonismi ma di dolore e di vergogna. Sostantivi che nella bacheca della chiesa di via De Amicis trasudano nei messaggi affissi, dove i connazionali di padre Traian reclamano un posto di lavoro. «La risposta degli italiani? Discreta ma sempre con un po’ di diffidenza, anche provocata dall’emergenza romeni e le brutte storie che la sostengono. Eppure, noi, non siamo cattiva gente e non abbiamo la violenza nel sangue». Difesa d’ufficio seguita da un’annotazione che la dice lunga: «Quando incontro per strada i miei connazionali che elemosinano, domando loro: “Ma non vi vergognate”. La risposta? “Così si fanno più soldi”. Che gli posso dire?». Domanda di padre Traian che fa una pausa, che si tortura le mani e si dà una risposta, «dobbiamo aiutare la mia gente prima che tante persone oneste vengano irretite dal racket e ridotte al silenzio dalla paura».