Il prete ragazzino eroe degli spot che i narcos ora vogliono morto

Padre Pepe lavora
nelle favelas argentine ed è
stato testimonial per l’8 per
mille a favore della Chiesa. La sua missione anti
droga disturba i trafficanti:
«Ti facciamo fuori, mi hanno
detto, ma io non ho paura»<br />

«No, adesso non ho paura... Stiamo aiutando dei ragazzi a ritrovare un senso nella loro vita. Stiamo dando voce ai loro padri e alle loro madri, che voce non ne hanno mai avuta». Don Josémaria di Paola, detto «padre Pepe», è un prete argentino di 46 anni, che lavora nelle «Villas miserias», le favelas di Buenos Aires. Il suo volto barbuto e sorridente, immortalato insieme a quello di alcuni bambini di strada assistiti nella sua parrocchia, era passato spesso sui nostri teleschermi tre anni fa, quando divenne uno dei testimonial della campagna pubblicitaria della Cei per l’otto per mille. Nei mesi scorsi padre Pepe ha subito minacce dai narcotrafficanti: il cardinale Jorge Mario Bergoglio, arcivescovo di Buenos Aires, ha divulgato la notizia, assicurandogli l’abbraccio di tutta la Chiesa diocesana. Ma è stata soprattutto la gente delle «Villas miserias» a stringersi attorno a lui e agli altri sacerdoti della parrocchia dedicata alla Vergine di Caacupé, tra le casupole e le baracche abitate per lo più da immigrati paraguayani. Padre Pepe di Paola si trova per qualche giorno in Italia, dov’è arrivato per rinsaldare i contatti con le associazioni che aiutano le opere in favore dei favelados argentini, come la cooperativa sociale Osa, con base a Roma. Al Giornale racconta che cosa fa un prete nelle «Villas miserias». «I primi sacerdoti, molti dei quali stranieri, che negli anni Settanta si sono dedicati alla gente delle Villas, credevano che il modello giusto fosse quello del prete operaio. Volevano condividere il lavoro degli operai e lottare per il riscatto dei poveri. A poco a poco, però, e con loro grande sorpresa, hanno scoperto che la gente voleva che facessero i preti e che le chiese rimanessero aperte, che fossero presenti e vegliassero sulle famiglie mentre gli operai erano al lavoro». Non cercavano il prete politico o rivoluzionario, ma il prete che facesse il prete. «Qui - continua padre Pepe - c’è una devozione popolare molto forte. Nel territorio della parrocchia, oltre alla chiesa, ci sono sei cappelle: noi celebriamo la messa e i sacramenti, preghiamo, recitiamo il rosario. E cerchiamo di costruire iniziative che aiutino a migliorare la vita dei poveri». Sono 45mila le anime di cui padre Pepe si prende cura insieme ad altri tre sacerdoti e a molti volontari. La parrocchia gestisce una scuola, un centro per adolescenti, due circoli per giovani e per anziani, un centro di recupero per tossicodipendenti. «Mancando la presenza dello Stato tra questa gente, la Chiesa è diventata l’elemento centrale», racconta. Da qualche anno è proprio la droga l’emergenza più preoccupante. «Sta distruggendo la vita nelle «Villas». Tanti giovani sono distrutti dal “Paco”, la pasta di cocaina, una droga tremenda fabbricata con gli scarti della coca. Distrugge il cervello, provoca una dipendenza immediata, ha effetti che durano molto poco - spiega padre Pepe -. Le famiglie non sanno più come tenere questi ragazzi, che dalle loro povere case rubano qualsiasi cosa per comprare una dose». I sacerdoti della parrocchia nel marzo scorso hanno sottoscritto un documento intitolato «La droga nella Villa è di fatto depenalizzata», lamentando l’abbandono in cui versano le famiglie. Un’iniziativa che ha avuto risonanza mediatica e che, affiancata a quella del centro di recupero, non è piaciuta a spacciatori e narcos. Così, una sera dell’aprile 2009, mentre tornava a casa in bici, padre Pepe è stato fermato da un uomo che lo ha minacciato: «Vattene da qui, perché quando non sarai più in Tv e sui giornali, ti ammazzano». «Ho avuto paura - racconta il sacerdote - soprattutto per le persone che lavorano con me. Gli altri preti, i volontari. Il cardinale Bergoglio ha voluto dare la notizia delle minacce, abbiamo celebrato una grande messa all’aperto nella Villa e la gente ha promosso una manifestazione in mio sostegno. Adesso non ho più paura, so che quello che stiamo facendo è secondo il Vangelo...». Sono 206 i ragazzi accolti negli ultimi due anni nel centro di recupero. Due sono morti assassinati, altri due sono in prigione, alcuni hanno abbandonato il cammino, ma la maggior parte di loro ha superato la dipendenza dal “Paco”. «La cosa bella - spiega Pepe - è che quasi tutti a loro volta vogliono aiutare altri ragazzi a uscire dalla droga». «Hogar de Cristo» (casa di Cristo) è il nome del centro di recupero e del progetto che la parrocchia sta realizzando, con l’obiettivo di costruire una fattoria sociale dove far lavorare i ragazzi. «Il primo efficace modo di aiutarci è quello di pregare» dice il sacerdote. Ma chi volesse contribuire all’iniziativa, può trovare i dettagli sul sito www.sinpaco.org.