La pretesa dell’ex Br: «Giusto che lo Stato ci aiuti»

Oggi è consulente per Asl e Comuni

Gaia Cesare

Difende ancora un pezzo della sua storia, «perché conteneva ragioni politiche e sociali oneste, poi annegate nella scelta delle armi». Punta il dito contro alcuni ex brigatisti, «che non sono riusciti a compiere in maniera collettiva un processo di uscita dalla loro storia». E offre oggi il suo lavoro, la vita che conduce da donna libera nella città di Torino, come risarcimento per i morti provocati da Prima linea (ben 23) e anche per le vittime dei primi anni di lotta armata delle Brigate rosse, all’interno delle quali ha militato, unica donna ad aver aderito e partecipato attivamente ad entrambe le organizzazioni terroristiche. Susanna Ronconi oggi ha 55 anni, svolge consulenze presso Asl e comuni in materia di tossicodipendenza e risponde alle polemiche esplose dopo lo sciopero della fame iniziato da Lorenzo Conti, figlio dell’ex sindaco di Firenze ucciso dalle Br, che protesta contro uno Stato che «ha dimenticato i parenti delle vittime» e sembra invece aiutare gli ex terroristi.
Sono decine i casi di ex esponenti di Prima Linea e delle Br che oggi lavorano per associazioni finanziate da enti locali, molti dei quali amministrati dal centrosinistra.
Non le sembra che ci sia un eccesso di solidarietà nei confronti degli ex terroristi?
«Sì, io ricevo del denaro da alcuni enti dello Stato, ma lo ricevo in cambio di un lavoro. Questo lavoro avviene perché ho acquisito delle competenze, non perché in passato ho fatto la terrorista. Il fatto che alcuni di questi enti o di queste realtà siano di sinistra forse dipende dalla maggiore attenzione che le associazioni o gli enti di sinistra hanno nei confronti degli ultimi e dei più poveri».
Qualche parente delle vittime si sente offeso dalla vita che molti di voi, ormai fuori di prigione, conducete oggi. Cosa replica?
«Dico loro di considerare che la vita che oggi conduco è la vittoria della democrazia sulla lotta armata».
Giovanni Senzani, implicato nel sequestro Moro, oggi lavora al centro documentazione della Regione Toscana, chiamato «Cultura della Legalità Democratica». Non le sembra un paradosso?
«No, mi sembra una grande conquista e un grande successo».
Lei stessa fu oggetto di un’interrogazione parlamentare. Livia Turco, che nel ’99 era ministro per la Solidarietà sociale, le aveva dato una consulenza sulle tossicodipendenze. Anche in quel caso ci fu un gran clamore...
«Sì, è vero, e quella consulenza non arrivò mai. L’onorevole Gasparri fece un’interrogazione in Parlamento, sollevando la questione e a quel punto Livia Turco ritenne opportuno non esporsi a ulteriori polemiche».
Le cito solo l’ultimo esempio, quello di Sergio D’Elia, dirigente di Prima Linea, oggi segretario d'aula a Montecitorio.
«Io credo, e insisto su questo, che la società debba vedere tutte queste esperienze come una conquista e come una vittoria della democrazia, non come un’offesa per qualcuno».
Ma perché molti ex terroristi, anche oggi, rifiutano il confronto diretto con i parenti delle vittime?
«A me è accaduto solo in un paio di occasioni di avere degli incontri ravvicinati con alcuni di loro. Devo dire che intanto è rimasto un fatto privato e che è avvenuto su loro iniziativa, non su mia. Non perché io non volessi, ma perché c’è un evidente timore di ferire ulteriormente. Poi ci sono casi, come quello di Bebbe Tarantelli o della vedova D’Antona, in cui il dialogo è più facile».
Sergio Segio nel suo ultimo libro dice: «Eravamo in guerra». Chi ha vinto e chi ha perso quella guerra?
«Sicuramente non abbiamo vinto noi. La lotta armata di sinistra ha mandato in carcere cinquemila persone. Siamo stati sconfitti politicamente. Ma né lo Stato né le forze politiche parlamentari hanno vinto perché esistono ancora troppe ingiustizie sociali. E io trovo la società di oggi molto più ingiusta di quella degli anni Settanta».
Ma lei ha mai chiesto perdono ai parenti delle vittime?
«Io credo di averlo fatto, come dire, mille volte a cominciare proprio dal periodo della dissociazione, quindi da una assunzione di responsabilità personale, non solo collettiva».
Dovesse rivolgersi oggi ai parenti delle vittime cosa direbbe loro?
«Direi questo: che sono consapevole che non si può tornare indietro e che un vero risarcimento non ci può essere ma che quello che io posso fare oggi è cercare di diffondere un discorso di critica radicale sull’uso della violenza nella lotta politica».