Il pretesto ambientale

Per chi ha occhi, orecchie e serenità di giudizio adesso tutto è chiaro e, in verità, poteva essere intuibile anche prima: nelle pieghe e nella strategia della protesta anti-Tav si sono inseriti gruppi e gruppuscoli eversivi decisi a far degenerare la questione in uno scontro duro e cieco, nella contrapposizione violenta con la legalità, col sistema. Li si chiami come si vuole, anarchici insurrezionalisti, antagonisti, sub–comandanti del nulla, ma a questi agitatori la qualità dell’ambiente in Val di Susa non interessa un fico secco, il loro obiettivo è il disordine, possibilmente esteso, continuo, magari sanguinoso.
Lo dimostrano i fatti. È evidente che nulla hanno a che fare con la protesta dei valligiani – legittima se e quando non viola il codice penale – le violenze commesse a Torino dopo lo sgombero dei presidi a Venaus. La natura non si salvaguarda devastando sedi di banche e altri uffici, operando velocissimi raid vandalici il cui unico scopo era quello di far salire la tensione e intimorire i cittadini.
L’ambiente è soltanto un pretesto e lo si comprende anche dal tentativo di esportare le agitazioni in altre città, magari con cortei dai quali, rapidamente e all’improvviso, si stacchino commando pronti a devastare e a incendiare.
Le cronache passate sono istruttive a riguardo ed è innegabile la «coazione a ripetere» che anima certe formazioni. Le ragioni della protesta originaria sfumano e si tramutano nell’«azione diretta», senza un senso che non sia quello dell’attacco al sistema. Un motivo, del resto, si trova sempre, ogni tensione di natura sociale può essere sfruttata, gli agitatori farebbero fuoco e fiamme anche per la condizione dei pinguini, se questa fosse tanto difficile da suscitare moti di simpatia. Anarchici e antagonisti svolgono le funzioni che nell’Ottocento e nel Novecento si attribuivano i «rivoluzionari di professione» pronti a intervenire ovunque si scorgesse la scintilla di una rivolta.
I fatti parlano, ma anche le parole pesano e possono aiutare a capire. Subito dopo lo sgombero a Venaus un manifestante, stando alle agenzie, ha detto: «...La valle saprà rispondere a questa provocazione: noi abbiamo fatto la Resistenza: di qui non passeranno». È evidente la volontà, il desiderio di un’escalation ed è implicita la minaccia alle istituzioni. È possibile minacciare l’uso della violenza contro forze dell’ordine che ristabiliscono la legalità? È lecito parlare di «resistenza» per contrastare una decisione democraticamente adottata? Quale senso ha paragonare, di fatto, la Val di Susa di questo dicembre nevoso alla Val d’Ossola dell’inverno atroce della nostra guerra civile?
Il linguaggio tradisce nel paragone improponibile un desiderio inconfessabile.
Ecco, la questione della Tav quando si dicono certe cose è del tutto superata. Molti invitano a dialogare: con chi?
Il linguaggio tradisce e spesso non educa, anzi si traduce in benzina versata sul fuoco. I toni drammatici e falsi usati da una certa sinistra hanno contribuito ad esasperare gli animi: se si criminalizzano a torto le forze dell’ordine, se le si rappresenta come un esercito occupante e spietato, diventa più agevole smerciare taluni falsi storici. Anche la sinistra ufficiosa fa la sua parte: ieri, in un articolo di Repubblica si legge di «nocciolo duro dei resistenti valsusini». Siamo già a questo? E i poliziotti chi sono, scherani della Kommandantur?
Le parole pesano, ma si lanciano lo stesso. Qualche danno lo produrranno, ma per difendere l’ambiente, sia chiaro.
È evidente che qualche settore politico debba cambiare registro. Anche per aiutare i valligiani a non sporcare le loro ragioni offrendo alibi a chi non li merita.