Un pretesto chiamato Allah

Giorgio Vittadini*

Che differenza c'è tra il clima di terrore fondamentalista di oggi e il periodo degli anni di piombo delle Brigate rosse, con tutte le polemiche che lo caratterizzarono? Lo si capisce leggendo sui giornali gli interventi - ormai quasi quotidiani - di Magdi Allam e di intellettuali laici come Ernesto Galli Della Loggia o Angelo Panebianco che, invano, continuano a ripetere verità scomode nella confusione imperante.
La profonda differenza tra quegli anni ed oggi è la non chiarezza politica e antropologica rispetto al terrorismo.
Gli attentati in Irak sono oramai un fatto quotidiano, eppure è politicamente «scorretto» enfatizzare il fatto che venticinque bambini e decine di persone inermi siano assassinati al mercato, mentre pregano in una moschea o a causa del fatto che, per uscire dalla miseria e cercare di dare un ordine al proprio Paese, vogliano lavorare nella polizia. Non importa se il 71% degli iracheni ha espresso il proprio voto nelle prime elezioni democratiche rischiando la vita e se donne coraggiose, a capo scoperto, hanno fieramente mostrato ai fotografi il dito intriso di blu, segno del voto effettuato.
Analogamente, in Italia come in altri Stati europei, si nega l'evidenza che molte moschee, centri culturali e università sono in realtà centri di reclutamento per terroristi, commettendo un errore uguale e contrario a chi demonizza a priori il mondo islamico.
C'è da chiedersi da dove origini quella singolare schizofrenia di chi, da un lato, si batte in Occidente per le difesa a oltranza dei diritti (anche a costo di alimentare lo scontro sociale) e di ogni tipo di garantismo e, dall'altro, non riesce a condannare con chiarezza il terrorismo. Questa convergenza non è casuale. Il terrorismo e il fondamentalismo islamico non sono una vera manifestazione religiosa: appartengono alla famiglia delle ideologie moderne, sistemi teorici mostruosi che fondano costruzioni sociali e politiche su concezioni aberranti dell'uomo.
Chi non riesce a condannare con chiarezza il terrorismo, cattolico, marxista o no global che sia, lo fa perché è anch'esso succube di ideologie che mistificano la realtà, giustificando il terrorismo come fase di una battaglia politica che deve ribaltare le ingiustizie di un mondo in cui il nemico è l'imperialismo delle nazioni ricche. L'ideologia in questo caso fa dimenticare a questa gente che il credo del terrorismo non ha nulla a che fare con qualunque tipo di liberazione. È il credo di chi opprime in modo indegno le donne; disprezza la vita; nega ogni tipo di libertà; impedisce lo sviluppo sociale, come si vede negli attacchi ai centri turistici; fa della guerra e della violenza lo strumento di lotta (non solo verso gli imperialisti se si pensa al milione di morti della guerra tra Irak e Iran), uccide i poveri d'Occidente; persegue, pensiamo ad Hamas, non i diritti del popolo palestinese, ma l'islamizzazione della Palestina.
L'unica arma efficace contro la violenza terroristica è buttare a mare le visioni ideologiche e usare il discernimento e la ragione, figli prima della tradizione cattolica e poi della miglior cultura laica e socialista occidentale. Questo discernimento fa rifiutare anche l'opposta ideologia dello scontro di civiltà propria dei neocon, che ha fatto scegliere agli americani la strada della guerra in Irak contro il giudizio del Papa, così miope da portare non solo alla radicalizzazione dello scontro e al proliferare del terrorismo, ma anche da rendere possibile una prossima Costituzione irachena basata esplicitamente sulla Sharia. Che fare, allora?
La ragione e il discernimento fanno capire, al di fuori di disquisizioni astratte, che gli interlocutori possibili, i cosiddetti musulmani moderati sono coloro che, partendo dal loro credo accettano il fatto che ciascun uomo vale più di tutto l'universo, come amava ripetere don Luigi Giussani. Collaborare con queste persone, le più danneggiate dal fondamentalismo, sostenere le loro iniziative e reprimere chi viola la legge è aspetto fondamentale e razionale della lotta al terrorismo. Nella stessa direzione va il rilancio del libero interscambio commerciale di veri imprenditori e operatori sociali nel Mediterraneo, che dal 2010 sarà area di libero scambio, invece di finanziare movimenti terroristici, mascherati da associazioni culturali e sociali.
E proprio da questo spirito di razionalità ed equilibrio trae origine la politica di chi, come il ministro Pisanu, uscendo dalle impostazioni politiche ideologiche degli Zapatero spagnoli e nostrani e di chi per convenienza elettorale diventa politicamente succube di queste posizioni, è tanto inflessibile verso il terrorismo e deciso nel sostenere le ragioni del peace keeping, quanto teso a ricercare il dialogo con i «musulmani moderati» e a recuperare il rapporto con quei capi di Stato, fino a ieri lontani da posizioni a favore della pace.
Non mancano perciò modelli da seguire: bisogna liberarsi dall'irrazionalità ideologica.
* Presidente di Fondazione per la Sussidiarietà