Preti sposati, il Vaticano ora annulla le nozze

Andrea Tornielli

da Roma

Il cardinale Claudio Hummes ha iniziato il suo servizio in Vaticano come nuovo Prefetto del clero con una precisazione, smentendo di aver voluto rimettere in discussione il celibato dei preti. Appena sbarcato a Fiumicino, il porporato brasiliano è venuto a conoscenza dell’eco mondiale avuta dalle sue parole sul celibato che «non è un dogma». Così, pur senza smentire una parola di quanto pubblicato ieri dal quotidiano Estado de Sâo Paulo, Hummes ha spiegato che «nella Chiesa è sempre stato chiaro che l’obbligo del celibato per i sacerdoti non è un dogma, ma una norma disciplinare». «Tanto è vero - ha aggiunto nella dichiarazione diffusa dalla Sala Stampa vaticana - che essa vale per la Chiesa latina, ma non per i riti orientali, dove anche nelle comunità unite alla Chiesa cattolica è normale che vi siano sacerdoti sposati». «È tuttavia anche chiaro - ha continuato il nuovo Prefetto del clero - che la norma del celibato per i sacerdoti nella Chiesa latina è molto antica e poggia su una tradizione consolidata e su forti motivazioni, di carattere sia teologico-spirituale sia pratico-pastorale, ribadite anche dai Papi».
«Anche nel recente Sinodo dei vescovi sui sacerdoti - aggiunge Hummes - l’opinione più diffusa fra i padri era che un allargamento della regola del celibato non sarebbe stato una soluzione neppure per il problema della scarsità di vocazioni, che è da collegare piuttosto ad altre cause, a cominciare dalla cultura secolarizzata moderna, come dimostra l’esperienza anche delle altre confessioni cristiane, che hanno sacerdoti o pastori sposati». «Tale questione - conclude il porporato brasiliano - non è quindi attualmente all’ordine del giorno delle autorità ecclesiastiche, come recentemente ribadito dopo l’ultima riunione dei capi dicastero con il Santo Padre». Nelle dichiarazioni rese a quotidiano Estado de Sâo Paulo Hummes era apparso più possibilista e soprattutto non aveva fatto riferimento alle più recenti decisioni, dal Sinodo alla riunione dei capi dicastero della Curia romana presieduta da Benedetto XVI. È evidente che il cardinale, nel suo saluto prima della partenza da San Paolo, non ha tenuto conto dell’effetto che le parole avrebbero potuto avere se pronunciate dal nuovo «ministro» papale per i sacerdoti. Anche se bisogna notare che Hummes, nella dichiarazione concordata con la Segreteria di Stato, specificando che «attualmente» la questione non è agenda, lascia aperta la possibilità a diversi sviluppi futuri.
Mentre vengono diffusi sondaggi, secondo i quali in Belgio addirittura otto preti su dieci metterebbero fine all’obbligo del celibato, l’associazione sacerdoti lavoratori sposati, guidata da Giuseppe Serrone, diffonde un piccolo brano di un libro pubblicato da Joseph Ratzinger nel 1966 (Problemi e risultati del concilio Vaticano II, Queriniana), nel quale all’indomani della conclusione del Concilio, il giovane teologo si dichiarava possibilista sull’ordinazione di uomini sposati: «Di fronte alla penuria di sacerdoti, che in molte parti della Chiesa si fa sentire in misura sempre più crescente, non si potrà fare a meno di esaminare un giorno con tutta tranquillità questa questione: l’evitarla non sarebbe conciliabile con la responsabilità per l’annunzio della Parola di salvezza nel nostro tempo». Va detto che la possibilità più volte ventilata di ordinare uomini sposati - i cosiddetti «viri probati», cioè uomini di provata fede - non significherebbe comunque aprire per i preti la possibilità del matrimonio. Una possibilità che non esiste neanche nelle Chiese orientali e ortodosse, nelle quali un uomo sposato può diventare prete, ma un prete che sia già tale non può comunque prendere moglie.
«Non è una novità quella di proporre delle vecchie dichiarazioni del teologo Ratzinger da contrapporre alle posizioni del Papa Benedetto XVI - commenta don Nicola Bux, teologo e consultore della Congregazione per la dottrina della fede -. Il pensiero di Ratzinger, come quello di qualsiasi persona che pensa, non è mummificato può cambiare, soprattutto se sono passati quarant’anni e quel teologo ora è il successore di Pietro».