La previdenza complementare, che cosa è e come funziona

Gran parte dei giovani che hanno iniziato a lavorare in questi ultimi anni difficilmente, quando saranno anziani, riceveranno dall’Inps una pensione sufficiente alle proprie esigenze o comunque a mantenere il tenore di vita raggiunto. Una soluzione per risolvere questo problema è destinare il proprio Tfr e parte della retribuzione alla cosiddetta «previdenza complementare». Ecco perché il Giornale prosegue il proprio viaggio nel mondo del credito soffermandosi, con l’aiuto del Consorzio PattiChiari, su questa forma di integrazione pensionistica.
L’avvertenza generale è che per ottenere risultati tangibili occorre muoversi per tempo e porsi un obiettivo di almeno dieci anni ma i vantaggi non mancano. Alcune società versano, infatti, anch’esse un contributo mensile alla forma pensionistica complementare scelta dal dipendente. Senza contare che in caso di necessità improvvise, la legge consente di chiedere un anticipo sulle somme accumulate così come accade rispetto al Tfr.
Cosa propone il mercato
Il mondo della previdenza complementare si compone di due grandi «famiglie»: i fondi pensione e i piani pensionistici individuali (i cosiddetti «Pip»), entrambi sono sottoposti alla vigilanza della Covip. I fondi pensione si distinguono ulteriormente in «chiusi» o «aperti». Ai primi possono aderire i lavoratori che appartengono a una determinata categoria mentre ai fondi aperti può iscriversi chiunque recandosi presso la propria banca, rivolgendosi a una Sim o alle compagnie assicurative. I Pip sono, invece, specifiche polizze assicurative a scopo previdenziale.
Il rendimento e la variabile costi
Sul mercato esistono molte formule di investimento: dalle più «aggressive» (che scommettono sulle azioni) a quelle a basso rischio (che investono prevalentemente in obbligazioni), fino a quelle che garantiscono sia la restituzione del capitale versato sia un rendimento analogo a quanto previsto dalla legge per il Tfr.
L’aiuto di PattiChiari
Prima di scegliere è, quindi, consigliabile chiedere informazioni, consultarsi con la propria banca o con il consulente finanziario di fiducia. Soprattutto per individuare il profilo di rischio più adatto a ciascun investitore e per dissipare eventuali dubbi sui costi dei singoli prodotti: dalle commissioni di ingresso a quelle di uscita e di gestione. In ogni caso anche nella previdenza complementare vale la regola che più è alto il rischio che si è disposti ad affrontare più sarà elevata la prospettiva di guadagno. Per orientarsi possono essere utili i consigli che PattiChiari ha raccolto sul proprio sito Internet (http://edu.pattichiari.it/Cittadini/Investimenti).
Tasse più leggere
Aderire alla previdenza complementare è tanto più utile quanto si pensa sarà marcata la differenza tra l’ultima retribuzione e la pensione (in gergo il tasso di sostituzione atteso). Il denaro destinato alla previdenza complementare è, inoltre, sottoposto a una tassazione più favorevole rispetto a quella delle altre forme di investimento. Più precisamente le somme versate ai fondi o ai Pip fino a 5.164,56 euro all’anno non sono tassate mentre oltre tale limite scattano le stesse aliquote con cui è tassata la retribuzione; gli eventuali rendimenti finanziari maturati sono invece tassati all’11% contro il 12,5% che di norma si paga sul cosiddetto «capital gain», la plusvalenza ottenuta per esempio comprando e rivendendo una o più azioni in Piazza Affari.