Previdenza, Damiano snobba Draghi

da Roma

«Lo scalone voluto da Maroni deve essere superato. Io allo scalone preferisco gli scalini». Con una battuta, il ministro del Lavoro Cesare Damiano archivia il richiamo del governatore di Bankitalia sulle pensioni. Mario Draghi nelle considerazioni finali aveva chiesto un aumento dei requisiti d’età per la pensione, ma Damiano ha confermato la volontà di modificare la riforma varata da Maroni in direzione opposta rispetto a quella indicata da Palazzo Koch. Niente più passaggio drastico nel 2008 da 57 a 60 anni dell’età pensionabile a fronte di 35 anni di contributi. «Preferisco un’uscita graduale morbida», ha spiegato il ministro. Quindi l’età per la pensione potrebbe essere abbassata rispetto a quanto previsto dalla normativa vigente.
Per i dettagli non è ancora tempo. Damiano ha detto, ad esempio, che il destino del superbonus per chi posticipa il ritiro dal lavoro - anche questo previsto dalla riforma previdenziale del governo Berlusconi - non è ancora stato deciso. Niente di definitivo nemmeno sui requisiti per il ritiro che varranno a partire dal 2008. L’ipotesi più probabile, ha ammesso il responsabile del dicastero di via Veneto, è quella di un ritorno alla riforma Dini. «Questo è il solco - ha confermato - su cui dobbiamo lavorare. L’argomento pensioni è molto delicato, non bisogna fare annunci di nuove riforme che non ci saranno, ma lavorare sulle vecchie tracce che hanno portato benefici al Paese. Ricordo - conclude - che con la riforma Dini, tra il ’95 e il 2000 sono stati risparmiati 200.000 miliardi delle vecchie lire. Se si tratterà di lavorare ancora andrà fatto con gradualità». Le cifre da coprire, in caso di modifiche alla riforma Maroni, sono rilevanti. Già nel 2008 i risparmi attesi sono di 486 milioni e di 4 miliardi e 513 milioni nel 2009, da reperire, secondo Damiano, attraverso ritocchi che potrebbero comunque riguardare l’età oppure le modalità di calcolo delle prestazioni.
Damiano ha dato qualche dettaglio sull’altro grande compito del suo dicastero e cioè sul pacchetto di norme «contro la precarietà» che comprende la modifica della Legge Biagi. In sintesi: riduzione del costo del lavoro per i contratti a tempo indeterminato, credito di imposta per chi «stabilizza» i lavoratori precari e aumento dei contributi per i contratti a progetto. La riduzione del costo del lavoro sull’occupazione standard (a tempo pieno e indeterminato), ha spiegato, è una proposta «personale» che farà al presidente del Consiglio Romano Prodi all’interno della manovra sul taglio del cuneo fiscale (il divario tra il costo per l’impresa e la retribuzione lorda) annunciata.
L’attenzione (e le proteste) dell’opposizione, però, questa volta si è concentrata su un altro annuncio fatto ieri al Lussemburgo dal ministro del Lavoro: sulla direttiva europea sull’orario di lavoro, l’Italia cambia direzione e con il nuovo governo si «allinea con i Paesi dell’area del Mediterraneo», abbandonando la linea sponsorizzata dal governo (di sinistra) inglese. La linea del governo Blair, ha spiegato l’ex sottosegretario al Welfare Maurizio Sacconi, «dà più spazio alla contrattazione». «Nulla di cui stupirsi», quindi, se Damiano ha abbandonato questa posizione. «È la conseguenza - ha spiegato l’esponente di Forza Italia - dell’influenza su esso della Cgil».