Previdenza, i sindacati mandano in pensione la fusione Inps-Inpdap

Antonio Signorini

da Roma

Si sono dovuti attivare gli uffici stampa di due ministeri - Lavoro ed Economia - per smentire la bozza di Finanziaria che ieri circolava in tutte le testate giornalistiche del Paese. Forse era effettivamente «superata e inattendibile», come ha sostenuto via XX Settembre. Oppure chi l’ha stilata si è spaventato per il boato di critiche suscitate dalla notizia della creazione dell’Inpu. Il mega istituto di previdenza che sarebbe dovuto nascere dalla fusione dell’Inps con l’Inpdap dei dipendenti pubblici e altri tre enti minori (l’Ipost dei postelegrafonici, l’Enpals dello sport e dello spettacolo e l’Ipsema del settore marittimo) è stato immediatamente bocciato da tutti i sindacati confederali con una nettezza tale da scoraggiare qualunque ricerca di compromesso.
Eppure l’articolo 9 della versione provvisoria della Finanziaria 2007 affidava alle organizzazioni dei lavoratori un posto di primo piano nella gestione delle pensioni. Nel consiglio di amministrazione dell’«Istituto di previdenza unificata dei lavoratori pubblici e privati» (Ipu) avrebbero avuto sei dei dodici posti del Cda, contro i quattro delle organizzazioni datoriali e i due singoli amministratori della conferenza unificata e del ministero del Lavoro. In sostanza Cgil, Cisl e Uil (difficilmente ci sarebbe stato spazio per gli altri sindacati) avrebbero controllato un istituto di previdenza da 300 miliardi di euro all’anno. Sarebbe stato un ritorno alla grande. I sindacati decisero di uscire dal Cda degli enti di Stato e della previdenza all’inizio degli anni Novanta, sull’onda degli scandali di Tangentopoli. Oggi sono presenti attraverso i comitati di vigilanza e indirizzo (che non esiste nell’Inpu) ma non nella stanza dei bottoni. Che intendano rientrarci non è un mistero. Ma non così, spiega una fonte sindacale.
Il riordino della previdenza, questo il senso di quasi tutti i commenti sindacali all’Inpu, va discusso con le parti sociali e non può essere deciso in una legge finanziaria. E non può essere annunciato, attraverso indiscrezioni, a tre giorni dal varo del disegno di legge da parte del governo.
E così sono partite le bordate dei confederali contro un bersaglio che gli stessi sindacalisti considerano facile. Le danze le ha aperte l’Ugl, sigla vicina alla destra, con il segretario confederale Fulvio Depolo che ha bollato l’Inpu come l’ennesimo «baraccone» di Stato. «Nessun intervento in Finanziaria sugli enti previdenziali - ha aggiunto il segretario generale aggiunto della Cisl, Pier Paolo Baretta -, né di riunificazione, né sugli assetti, né sugli organi. La materia è sensibile e necessita di una discussione seria e non improvvisata». D’accordo Morena Piccinini, segretario della Cgil, che ha definito l’ipotesi Inpu come «il frutto solo dell’improvvisazione, della faciloneria e, forse, di qualche particolare interesse di chi è interessato a rimestar nel torbido». Anche per Domenico Proietti, segretario confederale della Uil, «il riordino degli enti previdenziali non può essere contenuto nella legge finanziaria perché necessita di una riflessione e una progettazione non compatibile con i tempi» della manovra. Contraria anche la Cisal, che ha accolto la smentita del ministro Damiano. «Il riordino degli Enti previdenziali - si legge in una nota successiva alla raffica di “no” sindacali - per la rilevanza della materia trattata e il gran numero di lavoratori e pensionati interessati richiede un confronto approfondito con le forze sociali». Una presa di distanza rispetto a un progetto dettato dal ministero dell’Economia? Poco dopo una nota di via XX Settembre tenta di fermare sul nascere il sospetto sostenendo che la bozza «è superata e inattendibile».