Previsti 8mila posti auto ma i residenti protestano

Marcello Viaggio

E se fosse solo un incubo? Vivere in una strada chiusa dalle recinzioni, pagare montagne di quattrini a consulenti e avvocati, dormire col terrore delle ruspe dietro l’angolo. Purtroppo per i residenti di via Oslavia non è un’allucinazione, ma realtà. La battaglia del comitato di quartiere contro il Pup n. 279 del Comune, concessione del 15 maggio 2000, 300 box su 2 piani interrati, va avanti da oltre cinque anni. E durerà ancora a lungo. Nel 2002 il Consiglio di Stato dette ragione al Comune. Un mese fa un’altra sentenza, un altro tribunale hanno dato ragione agli abitanti. Ora si aspetta settembre per la prima udienza del giudice civile. Carte bollate ed eccezioni procedurali già pronte. Nuove perizie. Per il verdetto almeno 3 anni, dicono i residenti. Poi il secondo grado. Un’odissea senza fine. Con il valore dell’immobile polverizzato, visite di parenti e amici sempre più rade. Giorni fa il Comune ha messo le carte in tavola: dai prossimi Pup arriveranno 8mila posti auto entro il 2006. Nell’elenco figurano il Pincio, via Giulia. E anche via Oslavia. «Il Comune non fa nulla per chiarire le cose - protesta Giancarlo Picco, del comitato antiPup -, Il delegato Panecaldo ogni volta è sibillino. Ripete che il Consiglio di Stato ci ha dato torto. Ma solo sul piano formale. Nessun giudice si è mai pronunciato sul merito. Noi il progetto non l’abbiamo mai visto». Ma perché siete contro il Pup?. «Temiamo contraccolpi sui palazzi. Sotto è tutto un acquitrino. Basta scavare per trovare le falde acquifere del Tevere, i corsi sotterranei da Monte Mario». Con la tecnologia oggi si fa tutto. «Sì, ma il rischio c’è sempre. Ce lo vogliono far vedere o no il progetto? Dove vogliono mettere le entrate e le uscite dai box? A due passi da via Oslavia passerà in futuro la Metro C, dovranno bucare di nuovo il suolo, aprire altri cantieri. Vogliono farci vivere così per sempre?». Ma per il Comune il Pup di via Oslavia è stato sempre un punto fermo. Specie per l’ex assessore Di Carlo. Il XVII Municipio aveva individuato un’area alternativa dove spostare il Pup, era d’accordo anche l’impresa. Di Carlo non ne volle sapere.
Via Oslavia, però, ha sempre detto no ai box. Nel 2001 il comitato raccolse 4mila firme di protesta, ricorse alla magistratura civile “per temuto danno”. La guerra legale approdò al Tar, al Consiglio di Stato. Fece capolino la Corte dei conti per l’ipotesi di danno urbanistico. Oggi i cittadini minacciano il ricorso addirittura alla Corte di giustizia europea. Una guerra senza esclusione di colpi. E il sindaco Veltroni? Inutile cercarne traccia. Da queste parti non lo vedono da anni. In questa intricata vicenda, la parola spetta anche all’impresa, la Oslavia srl. «Abbiamo dalla nostra gli accertamenti tecnici dei Ctu in sede procedurale che escludono ogni rischio per i palazzi - afferma l’amministratrice delegata -. All’udienza del 30 settembre presenteremo il progetto aggiornato, i periti devono solo valutare alcuni particolari. Gli abitanti ci contestano di essere venuti con le ruspe? Noi siamo un’impresa. Che dovevamo fare? La storia è cominciata male, i residenti si sono subito fissati che i palazzi potevano cadere. Ma non è vero. Anche noi abbiamo speso tanti soldi, ora basta». Davvero non temete che ci vorranno ancora anni per chiudere la partita? «No, perché? Mancano solo piccoli dettagli, in tribunale faremo in fretta». Inutile dire che alcuni bambini di via Oslavia sono nati con i cantieri aperti. A settembre andranno all’asilo. Ma i cantieri sono ancora lì.