Previti entra a Rebibbia e condanna i giudici: «In cella da innocente»

L’avvocato si dimette dal Parlamento, va in carcere a Roma e prepara il ricorso per ottenere i domiciliari

Gianluigi Nuzzi

da Milano

L’ultima limatura è di Carla e Stefano Previti, anche loro avvocati come il padre. Nel pomeriggio della giornata più nera, mentre all’ufficio matricole di Rebibbia l’ex ministro sbriga le formalità, i due giovani nello studio al primo piano di via Cicerone, rivedono l’istanza per ottenere gli arresti domiciliari. Stamattina verrà quindi presentata a Giuseppe Falcone, dal 2001 presidente del Tribunale di Sorveglianza di Roma. O Falcone, con un passato alla direzione degli istituti penitenziari, deciderà subito con una scelta temporanea. Oppure bisognerà attendere l’udienza camerale. In questo caso sarà questione di giorni. Al massimo una settimana. Insomma, le toghe di piazzale Clodio decideranno se Previti si trasferirà nell’abitazione di piazza Farnese per scontare i sei anni di condanna definitiva come prevede l’ex Cirielli.
I tempi delle ultime scelte dell’ex ministro sono comunque ridotti, strettissimi. Si è capito fin dalle prime ore della mattinata. Con il ronzio sinistro, con la notizia a fil di voce che Milano, ovvero la Procura generale già s’adoperava per mandare una pattuglia a Roma. Arrestare Previti. E tornare sotto la Madonnina.
Lui che dei giudici, dei pubblici ministeri milanesi non si fida, gioca l’ultima partita tutta d’anticipo. Sceglie dove andare per aprire così l’ombrello della competenza territoriale al Tribunale che ritiene, da sempre, quello suo naturale. Appunto, Roma. A dispetto di tutte le sentenze finora pronunciate che vedevano in Milano il Tribunale che doveva giudicare magistrati della capitale.
Riunione con i suoi legali, come Sandro Sammarco e Giorgio Perrone già alle 9.30. Giro di caffè schiumoso per una giornata dove lui, mica i giudici, avrebbe tenuto banco. Con un’agenda fitta. Primo: 29 righe di annuncio delle dimissioni dal Parlamento e commento al curaro sulla sentenza. Distribuite alle agenzie di stampa subito dopo. Quindi, preparare il ricorso alla Sorveglianza. Infine, Rebibbia. Con un momento da ritagliare tutto per la famiglia.
Piaccia o non piaccia va così. Al di là delle responsabilità penali e della sentenza definitiva inflitta che sigilla accuse spaventose, l’aspetto umano ora come ora sovrasta. «Dopo dieci anni di battaglie - è l’incipit della dichiarazione - con tanto di colpo di grazia alla nuca, Previti esce di scena». La scelta quindi di lasciare d’orgoglio la Camera: «Ho scritto la lettera di dimissioni da parlamentare - spiega -, perché non permetterò a lor signori di infliggermi anche l’ultima umiliazione, quella di cacciarmi». Incalza anche l’avvocato Sammarco: «La Cassazione aveva il potere e il dovere - afferma - di rilevare i vizi che inficiavano la sentenza impugnata e che nel caso di Previti erano o l’illogicità manifesta o l’assoluta mancanza di motivazione. Il caso Previti è un caso eccezionale di ingiustizia, purtroppo non è l’unico. Il problema della giustizia, in Italia, esiste. A farne le spese sono le persone sfortunate che di volta in volta incappato in questo meccanismo deviato e distorto. Il problema di Previti non è solo un caso personale ma dovrebbe riguardare ognuno di noi». Da qui la scelta di ricorrere alla Corte europea per portare questa vicenda sotto i riflettori dell’Unione Europea.
In studio passa qualche amico. Decine di telefonate. Chiama Silvio Berlusconi, Marcello Dell’Utri, parlamentari di An e qualcuno della maggioranza. Alle 12 e qualche minuto è il momento dei saluti. Previti si rivolge agli assistenti. Alcuni da vent’anni condividono e dividono destino, perquisizioni, processi e battaglie. Senza tirarsi indietro. Alcuni erano usciti alle tre e mezza della notte della sentenza. Diversi in lacrime. Silenzio: «Ci vediamo presto - afferma -, pensate a voi e ovviamente al nostro studio». E ancora lì, li guarda e sorride. Un’ora prima del carcere, abbronzato. Rabbioso ma dentro sereno. In strada, taglia l’inquadratura delle telecamere senza una parola. Sale in auto con il figlio Stefano. Per tornare un attimo a casa. La valigia, un paio di ricambi, blocco d’appunti, due libri. E poi verso Rebibbia, sezione transiti. In attesa che il tribunale di Sorveglianza si riunisca e decida. Prima si entra prima si esce. Anche se sei anni senza libertà sono lunghi. «Ma non conoscete la tempra di Previti - confida un collaboratore - non verrà scalfita. Magari noi andiamo in depressione ma lui di sicuro non cede».
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