Il prevosto Romano

Dice che l'Italia ha bisogno di una scossa. Intanto ne abbiamo bisogno noi: per svegliarci. Che ci volete fare? Stavamo ascoltando Prodi al Senato, c'eravamo messi d'impegno. E in effetti, come ha scritto la Jena sulla Stampa, i suoi interventi di questi giorni sono stati più avvincenti del solito: ieri, per esempio, ci abbiamo messo almeno due minuti ad addormentarci. Il sonno però non è stato ristoratore. Infatti appena chiusi gli occhi abbiamo cominciato a sognare. Ed era un incubo: c'era un prevosto che ci governava.
Ma sì, proprio un prevosto. Di quel genere là, quelli che non credono nemmeno tanto in Dio: al massimo credono nella sagrestia. Metà don Abbondio, metà Azzeccagarbugli: un maneggiatore di piccoli poteri, insomma, che va in chiesa a ripetere banalità al solo scopo di poter tornare in canonica a farsi i fatti suoi. Quando abbiamo riaperto gli occhi abbiamo visto che il Senato votava la fiducia a Prodi. E abbiamo subito capito che anche i peggiori incubi possono diventare realtà.
Il prevosto Romano è rimasto in piedi, per un soffio, grazie al soccorso bianco dei senatori a vita, che è un po' come se uno scalasse l'Himalaya in ascensore: non c'è niente di irregolare, per carità. Ma nemmeno molto di cui vantarsi. Gli hanno votato la fiducia in extremis anche i senatori di Di Pietro: avevano minacciato di far cadere il governo per un posto da viceministro, hanno cambiato idea per la presidenza di una commissione bicamerale. Il partito si chiamano Italia dei Valori. Non stupitevi: bisogna solo intendere di che valori si tratta.
Del resto il neo premier ha distribuito prebende a tutti: 99 incarichi, appena due in meno del recordman storico Andreotti VII. Per questo giochetto spenderemo 74 milioni di euro: mai nessun governo della Repubblica è costato tanto. Ma Prodi non era quello che doveva riformare la politica? Macché: avanti c'è posto: don Romano predica austerità ma razzola nella lussuria governativa. Spezza di qui, frantuma di là: i ministri sonno così confusi che già litigano per le competenze, ma che importa? Bisogna accontentare tutti. Perché si sa: ci sono delle questioni di principio cui nessun partito è disposto a rinunciare. Per nulla al mondo. Eccetto, s'intende, che per un posto da sottosegretario.
Quanti nobili principi hanno dovuto cedere di fronte a una delega alle minoranze linguistiche. Quanti ideali si sono arrestati dinanzi a un po' di sottogoverno. Il prevosto Prodi lo sa. E così ci fa la morale sul bene del Paese, poi chiude la porta e pensa soprattutto al bene suo. Par di vederlo: sta lì con il turibolo in mano a distribuire certificati di battesimo governativo, timbri, scorte e auto blu. E sempre sia lodato il miracolo del Senato.
Ci manca solo che per accontentare l'ultimo ras dei voti della Puglia o della Campania s'inventi il ministero dei Trulli e alla Pizza Margherita. Poi il quadro sarebbe completo. Del resto, lui è fatto così. Si mostra timorato di Dio ma ha portato il Paese nelle mani della sinistra. Dice che è vicino ai nostri soldati in Irak, ma li definisce truppe di occupazione. Offre dialogo all'opposizione, ma minaccia di distruggere tutto ciò che l'opposizione ha fatto. Sostiene di avere le idee chiare, ma non ne ha ancora manifestata una. Si vanta di avere una coalizione coesa, ma appena prende posizione su qualcosa la coesione precipita peggio che la quotazione in Borsa della Juve. Triste? Sì, ma rassegnatevi: per un po' ci tocca 'sta minestra. È quello che passa il convento: don Romano, l'unico prevosto che per prendere i voti deve chiedere aiuto ai senatori a vita. Che prima che all'altare deve pensare ai suoi altarini. E che non ha mai avuto una chiesa. Ma in compenso ci regalerà numerose cappelle.