Preziosi: «Giudici, restituitemi l’onore»

Scagionato dall’accusa di associazione a delinquere. «Un inferno di sei mesi»

Franco Ordine

Caro Enrico Preziosi, le sorride la vita...
«Adesso che non ho più l’etichetta del delinquente, va meglio. Ma non è il caso di trasformare il mio inferno lungo sei mesi in una simpatica storiella da raccontare agli amici, al bar. In tutto questo tempo mi sono sentito vicino a quanti, travolti dalla gogna mediatica, hanno deciso di tirarsi un colpo di rivoltella alla testa. Io ho resistito alla tentazione perché ho un’altra tempra ma è stata dura, glielo garantisco, anzi durissima».
Sulle sue spalle pendeva l’accusa di associazione a delinquere...
«E le pare uno scherzo? Ora, sei mesi dopo, scanditi dalle vicenda umane ed economiche, il mio nome finito nel tritacarne, la mia azienda modello infangata, mi dicono che si è trattato di un errore, che mi devo consolare, che il tempo è galantuomo. Eh no, non possiamo chiuderla così, con una pacca sulla spalla».
Anche perché nel frattempo il suo Genoa è finito in C/1, retrocesso dalla giustizia sportiva...
«Sul processo sportivo ho già raccontato al presidente della federcalcio Carraro come andarono i fatti. Penso mi abbia creduto. Di certo ho sopportato i danni, altri 50 milioni di euro andati in fumo senza pronunciare una sola parola che potesse suonare offensiva nei confronti di magistrati in un caso e di dirigenti del calcio nell’altro».
Ma perché allora ha scelto di restare in questo tritacarne?
«Perché ho avuto dalla mia parte, schierati, i tifosi del Genoa. E non me la sono sentita di infliggere loro l’ultimo tradimento. Così ho versato 46 milioni per far capire un paio di cose, visto che c’ero. Primo: non ho mai comprato una partita in vita mia; secondo: non scappavo, non mi nascondevo inseguito dalla vergogna. Spero che il messaggio sia arrivato».
Nel frattempo le sono arrivati i primi inviti televisivi...
«È vero, mi han chiamato dal Processo di Biscardi, ma l’argomento non si presta a un dibattito urlato, qui c’è bisogno di una riflessione pacata, che riguarda tutti i cittadini italiani che possono finire in una rete del genere e restare impigliati, finendo al fondo. Ho accettato l’invito di Simona Ventura a Quelli che il calcio, è stata una delle poche persone a usare nei miei confronti una grande sensibilità umana».
Lei, caro Preziosi, vuole diventare una specie di testimonial dello stato della giustizia in Italia...
«Per mesi sono stato zitto. Ho subito, ho pensato ai duemila dipendenti, ai 200 milioni investiti nel calcio. Ora voglio testimoniare una sola cosa: il nostro Paese soffre di grave ingiustizia. E voglio gridare al vento che non si può certo, con un colpo di spugna, cancellare tutto quello che ho subito. Perché, oltre ai danni morali, ci sono quelli economici. È vero, nessuno mi rimborserà ma almeno mi restituiscano l’onore che qualcuno ancora discute».
A chi si riferisce?
«Per esempio a una piccola chiosa fatta la domenica di Lecce-Inter in tv. Invece di fare i complimenti a Benussi, portiere dei pugliesi, c’è stato chi ha tirato in ballo ancora la mia persona, con la chiara allusione alla vicenda dell’estate scorsa. Ma nessuno si è premurato di ricordare al grande pubblico che nel frattempo, io ero stato scagionato».
In verità Emilio Fede, nel suo Tg4, l’ha fatto...
«E gliene sono grato. È stato uno dei pochi a segnalare l’altro grave scandalo italiano e cioè l’atroce differenza tra il rilievo dato alla prima notizia, quella degli arresti domiciliari, e il rilievo offerto alla seconda, la notizia che ha dato conto della mia nuova condizione, accusa decaduta, destituita di ogni fondamento. Mi chiedo: che Paese è mai questo, se tutto ciò passa in cavalleria?».
C’è qualcosa che le toglie ancora il sonno di notte?
«Sì e sono le motivazioni scritte nel provvedimento sui miei arresti domiciliari. Perché, chiusa la parentesi col Como, ero presidente del Genoa e avrei potuto reiterare il reato. Non ci posso pensare».