Preziosi scatenato: «Non mi fermeranno»

Diego Pistacchi

da Genova

L’inchiesta su Genoa-Venezia è già finita. E le certezze si fanno meno pesanti. Sì, è vero che proprio domani inizia un nuovo ciclo di interrogatori. Sì, è vero che gli indagati, dal presidente rossoblù Enrico Preziosi al figlio Matteo, dal direttore generale Stefano Capozucca ai dirigenti del Venezia Pino Pagliara, Franco e Michele Dal Cin, verranno tutti «torchiati» dal pm Alberto Lari e dal collega Gianni Arena che indagano sull’ipotesi di «frode sportiva». Ma è anche vero che i diretti interessati risponderanno esattamente quello che hanno risposto tutti gli altri «testimoni» ascoltati finora. Cioè che non è vero niente, che non c’è stata alcuna combine, che la partita è stata pulita e vera proprio come è apparsa dalla tribuna. Gli stessi inquirenti sanno di non potersi aspettare molto di più.
E poi? E poi basta. Perché quest’inchiesta non potrà offrire altre prove da cercare, altri elementi su cui basare l’accusa, oltre a quelli che i magistrati genovesi hanno già in mano. E che da parte loro ritengono già più che sufficienti. Non è un caso che gli stessi pm abbiano già detto che tutta la fase istruttoria durerà al massimo due settimane. Tempi che la giustizia ordinaria non conosce neppure se c’è da indagare su una carta di caramella buttata per terra. Le «prove» sono quelle ormai note: la valigetta con i 250mila euro trovata nell’auto del direttore sportivo del Venezia Pino Pagliara e le intercettazioni tra dirigenti rossoblù e colleghi lagunari. O c’è il colpo di scena, sotto forma di confessione-choc, o altri elementi non ne arriveranno. Il fatto è che per quei soldi una spiegazione c’è, ed è scritta su un contratto per l’acquisto del difensore Ruben Maldonado trovato insieme ai contanti. E le frasi captate al telefono non sono poi così univoche. Insomma, possono essere «interpretate». Infine la posizione dei giocatori del Venezia: nessuno di loro è indagato, neppure Borgobello che è stato «intercettato». Ciò potrebbe significare che neppure i magistrati sono convinti che lui o qualcuno dei suoi compagni abbia preso dei soldi per perdere. Sennò farebbe parte dei «frodatori sportivi». Allora c’è stato solo un tentativo fallito di combine?
Un’inchiesta che comunque ha fretta. Anche perché la giustizia sportiva dovrebbe andare a decidere in tempi ancora più rapidi, entro il 15 luglio, per fare i calendari. L’accusa è tra le più gravi rimbalzate negli ultimi anni sul calcio, le pene potrebbero essere severe. Ma senza prove strasicure è rischioso spingere per una forte condanna di Genoa e Venezia. Se poi le accuse della procura ordinaria non reggessero davanti ai giudici, che non vogliono teoremi credibili ma fatti certi?
Il presidente non è tranquillo, ma in che senso si debba intendere il suo stato d’animo lo ha detto venerdì sera alla festa per la serie A, davanti a circa trentamila tifosi: «Sono incazzato, sì, sono incazzato nero». Un boato ha sottolineato le sue parole. E Cosmi ha aggiunto: «Questo spettacolo merita molto di più del fango che si sta buttando sulla società». E a chi gli chiedeva di tenere duro, Preziosi dal palco ha risposto: «Non mollo. Chi pensa di fermarmi ha sbagliato uomo». Un patto, un giuramento con i tifosi che per domattina hanno già organizzato un corteo davanti alla caserma dei carabinieri, dove potrebbero iniziare gli interrogatori, proprio con i vertici del Genoa.