Il prezzo di un abbraccio

È rinfrescante che Ehud Olmert abbia trovato sorrisi in Europa sia durante la visita ad Angela Merkel che quando ha visto Romano Prodi; ottimo, certo, che il primo ministro italiano da cui sono per lo più pervenute condanne e critiche per la politica di Israele trovi la forza di pronunciare una frase importante che ne riconosce la legittimità come Stato ebraico. Anche se a molti può essere sembrata lapalissiana, di fatto l’affermazione di Prodi nega il diritto al ritorno dei profughi palestinesi, massa di manovra emarginata cinicamente dalla leadership palestinese per un auspicato conflitto finale. Escludere il diritto al ritorno significa opporsi alla distruzione di Israele tramite la demografia. Olmert, dunque, ha portato a casa questa affermazione come un trofeo d’amicizia europea e ha detto ai giornalisti che ha ottenuto quasi tutto quello che si era prefissato. Si può capire che si sia sentito soddisfatto, perché Israele non è abituato a essere vezzeggiato dall’Europa, ma piuttosto offeso e diffamato. Durante la presidenza italiana della Comunità Europea non sono mancati episodi, anche paradossali, di pregiudizio verso lo Stato Ebraico, come l’indagine che chiedeva quale fosse il Paese più pericoloso del mondo, i cui risultati indicarono «Israele». Acqua passata, vista la cordialità fra i due Capi di Stato.
Ma se si guarda da vicino al risultato del colloquio, la materia di riflessione non manca e verrebbe subito da dire che Israele, in cambio degli abbracci affettuosi con cui ha gratificato Prodi, dovrebbe forse in futuro, se intende perseguire la pace, esigere un prezzo più alto. Infatti, quegli abbracci sono una patente molto spendibile per acquisire statura morale nel mondo occidentale e buone carte nella politica estera mondiale. Prima di dare il permesso a un conoscente, pur se cordiale, di dire «il mio migliore amico è ebreo», la cosa va certificata e soppesata, perché il futuro sarà giudice di questo investimento.
Se ci chiediamo dunque come possiamo valutare l’investimento di Olmert su Prodi, e quindi la disponibilità del nostro governo a essere davvero amico di Israele, la chiave di lettura oggi è una sola, il rapporto con l’Iran e con le sue trame. Ogni intenzione di pace si misura su un’articolata azione per fermare l’Iran, perché Ahmadinejad ormai ha intrapreso una politica regionale onnicomprensiva di cui sono pedine, oltre agli hezbollah, il Libano, la Siria, anche i palestinesi di Hamas. Prima di parlare di pace con Abu Mazen, ad esempio, come insiste l’Italia, è dovere di ciascuno sapere che l’Iran tramite Hamas, costruisce ostacoli insormontabili sulla via della pace, dato che è col denaro iraniano che Hamas arma le milizie e l’ideologia che tengono in scacco Abu Mazen stesso. Ieri il Primo ministro Ismail Haniye è stato fermato al valico di Rafah proveniente da Teheran con una valigia contenente 35 milioni di dollari, la prima tranche dei 250 milioni con cui Teheran finanzia la politica di schieramento di Hamas. La pace che Prodi auspica, non può quindi avanzare se il mondo non costringe l’Iran a lasciare la presa.
L’Iran nega la Shoah come strumento per legittimare la distruzione di Israele, sta costruendo l’arma atomica e nel frattempo finanzia numerose organizzazioni terroriste. Lo scopo del viaggio di Olmert era far capire all’Europa e a Prodi in particolare che l’aggressione di Ahmadinejad al mondo occidentale è già in atto. Il premier israeliano ha chiesto, secondo fonti locali, che l’Italia segua l’esempio degli Usa e limiti il suo lucroso commercio con l’Iran, che è invece oggi sostenuto come tutti gli scambi a rischio con i Paesi instabili: noi commerciamo con l’Iran per otto miliardi di dollari (quattro, invece, la Germania, secondo dati israeliani). Sarebbe stato un segnale forte che oltre all’ovvio rifiuto verso la Conferenza di negazione della Shoah, fosse stato messo sul tavolo un gesto di concreta disapprovazione. Invece, per quanto emerge senza avere assistito alle riunioni dei premier, il fatto che Prodi abbia affermato che «l’Iran è un’entità regionale importante da cui non si può prescindere»; che abbia ribadito che l’Italia, quando sarà a gennaio nel consiglio di sicurezza, si occuperà delle sanzioni, ma solo mirate a evitare la costruzione degli impianti nucleari; che abbia di nuovo riproposto di parlare con la Siria, principale retrovia di tutte le operazioni terroristiche... di fatto significa che per ora non intende agire nel contesto proposto da Olmert, proponendo una visione di un Iran «importante» che sconcerta e comporta una intollerabile equivalenza morale, come se le minacce di distruzione di massa unite alla negazione della Shoah fossero vane flatus vocis. È questo che l’Italia pensa? Sarebbe una sottovalutazione molto pericolosa. Se poi Olmert e Prodi abbiano preferito di comune accordo glissare sul fallimento della missione Unifil per lasciare la porta aperta a un ruolo dell’Italia a Gaza, non è dato sapere. Ma non è onesto da parte dell’Italia, che ha dei valorosi soldati in Libano privi purtroppo degli ordini giusti per contrastare il riarmo degli hezbollah che minacciano proprio quel governo Siniora che siamo andati a difendere; né prudente da parte di Olmert, che non saprà chi ringraziare se gli hezbollah riprenderanno a sparare i loro missili.
Infine: la sinistra ha un grande problema con Israele, un problema morale basilare, perché l’ha usato cinicamente come merce di scambio per stabilire rapporti e alleanze, ha promosso menzogne e antisemitismo. Tuttavia però nel suo seno si combattono anime diverse di cui una sta compiendo un percorso difficile e anche valoroso. Olmert non ha capito che un abbraccio di Prodi è un premio troppo piccolo e forse anche un ostacolo sulla strada della revisione in atto nella sinistra.