Ma il prezzo pagato al campionato è alto

C i sono due Milan da giudicare prim’ancora di seguire a Yokohama l’ottava finale intercontinentale della sua carriera fenomenale. Uno è da applaudire, l’altro da mettere dietro la lavagna, in castigo. Cominciamo dal primo. Il viaggio da Belgrado (preliminare di Champions, agosto del 2006) a Yokohama, per Ancelotti che ne è uno dei protagonisti decisivi, rappresenta una vera utopia diventata realtà. Forse è la più grande impresa realizzata dal Milan berlusconiano, passato di trionfo in trionfo in venti anni di presidenza ma con sontuosi mezzi, campioni di ogni genere e nazionalità messi a disposizione del club dal mecenate di Arcore. Durante l’ultimo viaggio, invece, gli stenti e le lacune, le assenze e i limiti dell’organico (molto stagionato nei ricambi, poco competitivo in alcuni ruoli) furono colmati da uno straordinario spirito guerriero e dalla marcia in più di Kakà, seguito a ruota da Seedorf e da Pirlo. Non sempre vince la squadra meglio attrezzata e maggiormente dotata: l’Italia di Lippi al mondiale di Germania e il Milan di Atene ne sono un’esemplare conferma. E questo vale per l’Inter che si sente quasi offesa, a torto, dalla gloria milanista.
Comunque vada, stasera, a Yokohama, contro quel Boca tignoso, poco si può rimproverare al gruppo, al tecnico (a proposito, mai un lamento, mai una richiesta di rinforzo, ndr). «Arrivare fin qui senza portiere e senza centravanti è un vero miracolo» la chiosa di uno storico cronista che segue da anni le vicende rossonere si può sottoscrivere senza scandalizzare nessuno. Dida incerto nel parare e Ronaldo in corsia non sono pettegolezzi. Perciò è un Milan da lodare. Come fa in pubblico il presidente della Fifa Sepp Blatter, svelto nel segnalare la vena italiana della rosa, 6 in campo giovedì sera in semifinale, più 3 in panchina a disposizione. È uno dei segreti di questa squadra che dura da 20 anni, guidata dagli stessi eroi, ieri Franco Baresi, oggi Paolo Maldini.
C’è un altro Milan da prendere per le orecchie. Ed è quello che arranca pericolosamente in campionato, che ne trascura il fascino, ne sottovaluta le ricadute, che resta staccato dall’Inter capolista dopo tre mesi. Basta scorrere il rendimento di Kakà, sempre decisivo all’estero, meno nel torneo domestico, per decifrarne una delle tante differenze. Senza dimenticare gli errori arbitrali patiti e qualche assenza di troppo (Ronaldo), oltre al modesto e risicato calcio-mercato. È, insomma, un Milan a due velocità che ha molto da farsi perdonare in patria, comunque finisca qui a Yokohama. E che non deve pensare che Manchester o Atene, che Mosca (finale 2008 della Champions) o il Giappone, siano gli unici circuiti nei quali valga la pena esibirsi assistiti da talento e da strepitose motivazioni. Questo stesso Milan avrà bisogno, da giugno prossimo, di linfa nuova e vitale. Non tanta roba, intendiamoci. Pato, a gennaio, è già una robusta trasfusione di sangue doc. Un successo o un’altra sconfitta possono modificarne il presente, non il futuro.