Priebke, impulso di vendetta

Il Tribunale militare di sorveglianza ha deciso che il novantatreenne Erich Priebke, condannato all’ergastolo per aver partecipato all’orrenda strage delle Fosse Ardeatine, possa lavorare, libero, nello studio di Paolo Gioachini: l’avvocato che dal 1999 gli dà ospitalità. Le reazioni a quest’atto di clemenza sono state furibonde. Il presidente dell’Anpi, Massimo Rendina, parla di «un’offesa ai familiari delle vittime, alla giustizia, al popolo italiano»; il deputato Pino Sgobio dei Comunisti italiani invoca una «mobilitazione delle forze democratiche»; secondo il sindaco Veltroni «Roma non potrà mai dimenticare». In controcorrente, come sovente gli accade, Marco Pannella: il quale si è dichiarato perfettamente d’accordo con l’esortazione del Rabbino capo Toaff «che esclamò in mezzo a troppi clamori, a proposito di Erich Priebke, lo si giudichi, lo si condanni, ma poi lo si lasci andare a morire in pace».
Invece no, la detenzione di quel vecchio relitto di immani tragedie è diventata per tanti un simbolo: di giustizia, si dice. E lo si ripete mentre circolano per le strade d’Italia, avendo espiato la loro pena - a volte nemmeno troppo lunga - assassini abbietti: che non furono forgiati in un regime delirante e tirannico, che non furono indottrinati alla crudeltà e all’odio, che non commisero i loro crimini in tempo di guerra, quando i freni di ogni legalità sono annullati, ma che vivevano in un ambiente di libertà e di democrazia: e in quell’ambiente deliberarono d’uccidere.
Scrivo del caso Priebke anche nel ricordo di Indro Montanelli, insieme al quale ci battemmo perché l’ex ufficiale delle Ss avesse un trattamento giusto. Quella nostra infruttuosa polemica - debbo proprio sottolinearlo? - non voleva in alcun modo sminuire l’orrore della «soluzione finale», gli obbrobri del nazismo, l’odiosità senza limiti dell’antisemitismo. Credo di non poter essere sospettato di nostalgie fasciste, né poteva esserne sospettato Montanelli: benché come fascista fosse stato apostrofato, da esponenti della sinistra, prima che il litigio con Berlusconi lo mondasse da ogni sospetto. Per i totalitarismi neri - e anche per quelli rossi - ho avuto ed ho una totale avversione: e la sorte dell’uomo Priebke non m’importa granché. Ma il meschino impulso di vendetta, l’atteggiamento da prima della classe con cui l’Italia delle adunate oceaniche e del «patto d’acciaio» vuol continuamente dare lezioni di zelo antifascista, riuscivano insopportabili all’«hidalgo» Montanelli. Il quale si spinse fino a indirizzare a Priebke una lettera di solidarietà. Lo fece per reazione non alle proteste della collettività israelita e dei congiunti di chi alle Fosse Ardeatine fu trucidato - i loro sentimenti sono comprensibili e condivisibili - ma alla retorica stentorea di troppi tromboni.
Poiché del «caso» Priebke si discute in generale senza conoscerlo, cito il dato fondamentale. Nel 1948 al Tribunale militare di Roma fu celebrato il processo contro il colonnello Herbert Kappler, che organizzò la rappresaglia, e contro cinque suoi subordinati: i quali erano nella posizione di Priebke, tuttavia assente perché in quel momento irreperibile. Kappler fu condannato al carcere perpetuo - sentenza confermata in appello e in Cassazione - gli ufficiali da lui dipendenti vennero assolti «per avere obbedito a ordini superiori». Nel darne notizia, in una pagina interna, il Corriere della Sera annotò: «La sentenza... è stata accolta con grida di approvazione dei familiari dei caduti». Si esultò per la pena inflitta a Kappler, che aveva comandato il massacro, non ci si indignò per il proscioglimento di chi, come Priebke, era ai suoi ordini. Ritenni - e ritengo ancora - che l’Italia d’oggi non possa essere più severa dell’Italia del 1948, di quando cioè le ferite erano ancora sanguinanti, e la voglia di punire i colpevoli fortissima. La verità è che, mancando Kappler, ed essendo in libertà - se non morti di vecchiaia - gli altri ufficiali, Priebke è stato trasformato, con una operazione mediatica prima che giudiziaria, nel protagonista della strage. Le vicende del dibattimento in forza del quale, nel 1996, Priebke avrebbe dovuto essere scarcerato, ma non lo fu per un’imposizione di folla tumultuante (e poi si provvide a ricondannarlo in altra forma) misero a disagio sia Montanelli sia me. Quel disagio non è certo attenuato da ciò che ora sta accadendo.
Mario Cervi