Priebke vuol dire la sua verità prima di morire

Una visita in ospedale riaccende le voci sulle condizioni di salute dell’ex SS che costa allo Stato un milione di euro

da Roma

Ha novantaquattro anni, non gli resta molto da vivere. Ma Erick Priebke non ha perso la speranza: in quest’ultimo scorcio di vita si augura che qualcuno si faccia avanti per rivedere qual è stato il suo ruolo nella strage delle Fosse Ardeatine.
Lungo il corridoio dell’Idi, il centro per i tumori della pelle della Capitale, l’ex capitano delle Ss è stato visto nuovamente in motorino (nonostante la sospensione dell’autorizzazione al lavoro esterno) in compagnia di Paolo Giachini, l’avvocato-procuratore che gli dà ospitalità e ne cura gli interessi. Le voci insistenti sulle condizioni di salute dell’ufficiale tedesco non vengono smentite dal suo avvocato. Giachini si appella però alla privacy: «Il signor Priebke non ama la pubblicità né il vittimismo. A 94 anni è fisiologico avere determinate patologie. Non si scoraggia, lotta, ma ciò che più lo fa soffrire è come viene trattato». Il riferimento va alla sospensione dell’autorizzazione al lavoro esterno per Priebke decisa all’indomani della vivace protesta di alcuni esponenti della comunità ebraica.
L’articolo 27 della Costituzione - insiste il procuratore di Priebke - prevede che la pena sia rieducativa e umana, e l’ordinamento penitenziario conseguentemente stabilisce per tutti, nessuno escluso, il lavoro esterno dopo un tot di anni scontati. «Ma questo non vale solo per Priebke - aggiunge - a cui sono stati tolti i benefici accampando scuse vergognose e di bassissimo livello. La verità sta nella decisione riportata sui media del ministro della Difesa di convocare il procuratore generale militare presso la Cassazione, e nelle prese di posizione del ministro Mastella, di Veltroni e di altri politici, tutti d’accordo nel premere sulla magistratura per ottenere la revoca del permesso».
Per Giachini, insomma, si è voluto ancora una volta colpire Priebke in quanto unico «simbolo» della persecuzione contro gli ebrei «quando così non è stato - attacca l’avvocato - poiché nei processi che Priebke ha subito questo non è assolutamente mai emerso. Da anni il capitano ribadisce che lui ha solo obbedito a un ordine che veniva da Hitler al quale in guerra non era assolutamente possibile disubbidire. Questo è un fatto ovvio ma fa comodo fingere di ignorarlo».
La domanda sull’eventuale, prossimo, pentimento è di routine. Scontata la risposta: «Non si è preteso il pentimento né per lo sterminatore di Hiroshima né per i marocchini dell’esercito francese che nel 1944 hanno violentato le nostre donne in Ciociaria o per i delinquenti comuni o i terroristi che hanno decine di omicidi alle loro spalle e che oggi girano liberi anche per Roma». La risposta di Priebke è sempre stata categorica, e Giachini la ri-sottolinea. «A chi dice che sarebbe più facile pentirsi e chiudere per sempre questa storia, il capitano ha ricordato che pentirsi di una cosa che non ha voluto lui sarebbe solo uno show ad uso e consumo dei media e della politica, un’idea che gli fa ribrezzo». Piuttosto, ribadisce l’avvocato, «se c'è qualcuno che è disposto serenamente a colloquiare, lui è pronto ad aprire i suoi sentimenti così come ha fatto con diversi parenti delle vittime».
Ma cosa ne pensa il diretto interessato? «Io ero lì - dice Priebke - e più di ogni altro vorrei e potrei consegnare in eredità cosa è stato per me e per gli uomini che ho visto morire. Vorrei trasmettere il significato della mia esperienza di uomo che ha vissuto quella guerra ma senza falsa retorica».
In effetti - chiosa Giachini - se si cerca la verità non serve demonizzarlo. «Sperava che almeno il sindaco di Roma evitasse di alimentare questo clima d'eterna vendetta, Veltroni potrebbe fare questo passo facendosi promotore di un processo di distensione per cercare anche tramite Priebke una sincera comprensione».
Il riferimento torna a Veltroni, ma non solo. Per Giachini questo è un discorso che va a tutti coloro che si ostinano a ragionare in termini di vendetta più o meno mascherata permettendo una serie di follie politico-giudiziarie e perché no, economiche. «Forse non tutti sanno che Priebke, costa all’erario (poliziotti, scorte, eccetera) un milione di euro l’anno. E questa è solo l’ultima stortura di un Paese che sui diritti civili - conclude l’avvocato - dovrebbe farsi un bell'esame di coscienza: le vittime parlano con Priebke, lo Stato democratico italiano no, anzi fa di tutto per perseguitarlo fino alla morte».