La prigione? Una casa diroccata in cui nascondersi 2 settimane

nostro inviato a Bereguardo (Pv)
La finta prigione di Paolo Friggi è una villa diroccata, scheletro di cemento, tana da disperati che s’affaccia sul Ticino carico d’acqua nel Parco, località Zerbolò. Tubature a vista, finestre senza infissi. Porcile di escrementi, calcinacci che cadono su poster di donne nude. Di notte appena il vento si alza, il gelo già penetra le ossa, la polvere chiude gli occhi. E tu tremi, piangi perché sei finito in questa tomba e un fiammifero dopo l’altro ti si spegne tra le mani. Altro che sabbia bianca, albergo da 1400 euro al giorno che appena a luglio Paolo si godeva in Sardegna. Con amore Katia e il piccolo Tommaso. Ai muri proposte oscene omosessuali: «Vuoi...? Telefonami 338...». E derisione: «Ho chiamato ma risponde tua madre». Paolo è stato qui nemmeno 48 ore nascosto. Contava di starci due settimane. Troppi errori. È arrivato all’alba di lunedì, poco prima delle 5. Ha buttato la mountain bike nel fiume, senza nemmeno accorgersi che era finita in una pozza a ruote insù, visibile da chiunque. Nello zaino solo una manciata di bustine di zucchero, cinque bottiglie di minerale da un litro e mezzo, una scatola di fazzoletti.
Paolo, disgraziato privo di qualsiasi spirito criminale, non poteva scegliere nascondiglio peggiore. Per il continuo passaggio di gente che poteva scoprirlo e lanciare l’allarme. E non solo chi frequenta il parco acquatico Onda Flash tra piscine, scivoli e bar, appena cento metri prima. Nemmeno per le famiglie, i gruppi che s’avventurano per la lingua di terra che dal ponte delle barche conduce proprio fin qui, 350 metri di sterrato cercando angoli da cartolina, scorci unici come la pianta secolare dal tronco sventrato in mezzo al Ticino, decapitata da un fulmine. La casa su due piani infatti è pure in vendita. Tra lunedì e martedì, mentre il fuggiasco affrontava la disperazione, l’agente immobiliare l’ha fatta visitare a un paio di potenziali clienti. Paolo stava di vedetta al primo piano, dove anche dormiva. Appena intravedeva i visitatori, scendeva l’incerta scala di cemento e si infilava nella botola per la cantina. Senza perdersi però i loro sogni, «Qui possiamo mettere la camera da letto, qui quella per i piccoli». Per poi risalire e tornare ai propri incubi. Oppure ricacciarsi là sotto per altre visite inaspettate. Magari di chi fissa proprio qui incontri di sesso a poco prezzo. Insomma, un incubo.
Poi gli inconvenienti. La provvista d’acqua dura meno del previsto. Il freddo nemmeno considerato, già insistente. La fame toglie lucidità, la solitudine appanna. Per uno come lui poi abituato da ragazzo a sfilare dalla cassa del bar di papà qualche centone delle vecchie lire per le disco chic di Milano, difficile andare avanti. Tommaso, tre anni, devasta i sogni. Così, alla fine, non ce l’ha fatta. E fugge ancora. Era scappato nel 2004 definitivamente dalla bella vita, tuffandosi nella famiglia, il figlio, con la cascina oggi splendore del paese. E il duro lavoro. Alzarsi sempre alle 4, tirar su la saracinesca per servire caffè a 80 centesimi. Lunedì era fuggito di nuovo. Dai 700 mila euro di debiti. La busta paga inchiodata a 3 mila. Le rate del mutuo che schizzano a 5.200 al mese con il tasso che oscilla affilato come una scure. Così un’altra fuga, la sceneggiata del rapimento al quale nessuno crede. Ma è un inganno rozzo per tutti e troppo rude per Paolo. Che si sbraccia alla prima gazzella dei carabinieri. In caserma, dopo 14 minuti di menzogne, di storie infarcite di bande albanesi, rumeni armati, non scappa più. «Mi sono inventato tutto».
La tempra non è quella di papà Aldo colpevole solo di lavorare sodo e di perdonarlo. Sempre. Voleva lasciare al primogenito un piccolo regno, tirato su a fatica, da guidare con orgoglio. E Paolo ha fatto a pezzi l’immagine della famiglia. «E io con che faccia vado in giro adesso?», si dispera il cugino che abita proprio lì, di fronte al bar al centro del paese. Certo mamma Margherita lo ha già compreso con la frase più dolce di questa tragicommedia: «Benedetto ragazzo, perché non ci hai detto prima che eri in questa situazione?». Ma fanno paura i mille occhi in paese pronti ad aprirsi in un interminabile ghigno.
gianluigi.nuzzi@ilgiornale.it