La prigione «familiare» del camorrista

Il Valle trasformato nella trincea di un incubo che affascina e spaventa, irretisce e allontana. Vi prendono parte solo cento spettatori a sera, chiamati a sedere sul palcoscenico, «dentro» una tana/prigione arredata di stracci, lenzuola, abiti da donna, uomo, bambino: ombre mute che parlano di morti ammazzati o, peggio ancora, di figli mai nati. Si intitola 'Nzularchia (letteralmente, itterizia) il testo rivelazione del ventottenne Mimmo Borrelli in replica (solo fino a domani) nell’egregio allestimento di Carlo Cerciello. Si tratta di un delirio palpitante, violento, oscuro, carnale, dove la pulsione allucinatoria di Gaetano (Peppino Mazzotta, bravissimo), figlio/carceriere di un camorrista uxoricida e sanguinario, confessa le sue paure più terribili ad un angelo adolescente che - si capirà alla fine - incarna la figura di un fratello ucciso sotto i suoi occhi ancor prima di nascere. Delirio dove, soprattutto, il dialetto diffuso nella zona dei Campi Flegrei diventa lingua materna e antica, capace essa stessa di farsi corpo, costruzione trasbordante di segni, suoni, durezze e levità fonetiche mai inutili, secondo una lezione che da Basile discende fino a Viviani, Eduardo, Ruccello, Moscato. Dentro questo teatro retorico, tanto musicale quanto ossessivo, fisico e a tratti misterioso, si consuma lentamente la malattia del protagonista (un Mazzotta intenso), tra ricordi di violenza e coercizione che si mischiano alle urla sguaiate di quel padre padrone sepolto vivo come una talpa (l’ottimo Pippo Cangiano), alla musica salmodiante, ai giochi di luce, all’acqua del mare, all’ingenuo candore di quel Piccerillo (Nino Bruno, altrettanto incisivo) la cui semplice presenza/assenza urla vendetta. E la vendetta arriverà: tremenda, drammatica, imprevedibile. Ma per compierla c’è bisogno di uno scarto, di una rottura: ecco dunque che la parete di stracci, fatta cadere a terra, svela la tomba/anfratto, luminosa e splendida, in cui Spennacore e il figlio combattono il loro ultimo duello. Perderà il più debole. Ammesso però che quella «Pietà» cannibalesca disegnata alla fine possa mai alludere a una vittoria.