La prigione fiscale

Forse a questo governo non è del tutto chiaro che una parte d’Italia ha fatto le valigie e se ne è andata. E l’opposizione deve stare bene attenta a saper cogliere questo stato di malessere, senza commettere gli errori del passato. Il fisco è la prigione in cui sono costretti milioni di italiani. E questo governo e il suo «ministro delle Finanze» Vincenzo Visco stanno applicando il regime del 41bis, quello riservato ai mafiosi nelle carceri di massima sicurezza. La vicenda degli studi di settore è tipica. Semplificando si può dire che il Fisco decide quanto un’impresa, un lavoratore autonomo, un professionista debba fatturare e di conseguenza quanto siano le tasse che deve pagare. Il principio non è nuovo e non è stato introdotto dal governo Prodi. È originale però l’utilizzo che di questa arma si sta facendo. Continuando con le semplificazioni, le Finanze hanno alzato l’asticella: hanno cioè deciso che i ricavi previsti dagli studi di settore debbono essere ben più alti di quelli dell’anno scorso e di conseguenza più alte devono essere le imposte. Chi dovesse trovarsi fuori dai numeri forniti dagli studi è passibile di un accertamento fiscale: due, tre finanzieri che si istallano a casa vostra, sigillano i cassetti e spulciano tutti i conti.
Un principio analogo il fisco lo sta applicando agli immobili, con la revisione del catasto: si aumentano i valori catastali, contabili, delle nostre case, mantenendo fisse le aliquote delle imposte. L’effetto è micidiale: i proprietari di casa sono destinati a pagare l’Ici più cara, anche se i comuni non hanno alzato le aliquote. Ma continuiamo con i 4 milioni di imprese (che producono il 70 per cento della nostra ricchezza nazionale) e che ieri hanno protestato, composte, in rappresentanza di artigiani e commercianti. In tutto il resto d’Europa i governi di ogni colore hanno ridotto il peso del Fisco sui redditi di impresa. Per un motivo semplice: un’impresa ricca, assume, consuma e investe. Ciò che lo Stato perde in gettito dal reddito di impresa, guadagna nel moltiplicarsi delle aziende, dei loro redditi e dei consumi. Con Prodi e Visco è avvenuto l’esatto contrario. L’impresa, che in Italia è piccola, è stata tartassata: degli studi di settore si è detto. Ma a questi conviene aggiungere l’indetraibilità delle spese automobilistiche, di quelle telefoniche, degli inasprimenti sugli immobili strumentali. E della burocrazia, massificata nei suoi aumenti contrattuali a pioggia. E del tentativo di fissare per legge il numero congruo di dipendenti che un’azienda deve avere. E gli aumenti contributivi per i dipendenti e per gli apprendisti. Basta. Una parte dell’Italia ha fatto le valigie. E quando sente dire, come è avvenuto ieri, dal ministro del Tesoro, Tommaso Padoa-Schioppa, che le tasse sono troppo alte si chiede: «Ma chi le ha introdotte sei mesi fa queste imposte? Il mago Zurlì?». Ci sono due elementi che, anche se timidamente, fanno ben sperare. Il primo è che anche all’interno della maggioranza (si veda l’intervista di Guido Mattioni al margheritino Del Bono) c’è chi si rende conto che la difesa e la rappresentanza della sola Italia assistita non porta lontano. E il secondo elemento è contenuto nelle ultime elezioni amministrative: non solo un voto a favore dell’opposizione, ma soprattutto un schiaffo in faccia ai secondini del Fisco. Chi saprà intercettare questo malessere dell’Italia produttiva, che non è più solo rappresentata da una divisione nord-sud, ma piuttosto da una cesura tra assistiti e non assistiti, sarà larga maggioranza nel parlamento di domani.
Nicola Porro