Prigioni in Albania? Le paghiamo noi In cambio ci lasciano i loro prigionieri

I numeri della vergogna. Quasi mille detenuti albanesi con condanne definitive nelle carceri italiane. Altrettanti di nazionalità romena. In base ad accordi bilaterali firmati da anni dovrebbero essere da tempo nelle prigioni dei rispettivi Paesi. Invece congestionano i nostri già congestionati penitenziari. E costano al contribuente cifre elevatissime. I calcoli sono presto fatti: un detenuto, non importa se italiano o straniero, costa alla collettività circa 100mila euro l'anno. Fanno a spanne cento milioni di euro ogni dodici mesi per gli albanesi e altri cento per i romeni. Duecento milioni di euro. Cifre che l'Italia potrebbe utilizzare per risolvere mille altri problemi e invece devono essere impiegate per fronteggiare la continua emergenza che viene dall'Est.
I numeri della vergogna. L'ex Guardasigilli Roberto Castelli è un fiume in piena: «Ho firmato personalmente i due accordi. Con l'Albania nel 2002, con la Romania nel 2003. L'Italia è un Paese senza memoria, non ricorda che cosa era scritto in quei documenti ufficiali». La filosofia di fondo era molto semplice: i condannati con sentenza definitiva dovevano essere rimandati indietro, a Tirana e a Bucarest. Anche senza il loro consenso. Era questo il grimaldello giuridico-diplomatico escogitato dopo estenuanti trattative dal nostro staff di via Arenula. In sostanza, con questo sistema l'Italia apriva due canali per alleggerire la sempre esplosiva situazione delle nostre carceri e per condividere con Tirana e Bucarest il problema della criminalità importata da quei Paesi. Solo che il meccanismo si è inceppato quasi subito. «Bucarest e Tirana si erano impegnate - aggiunge Castelli - ma non hanno mantenuto la parola data».
I numeri della vergogna sono custoditi in via Arenula, al Ministero della giustizia. Sette anni dopo, l'Albania si è ripresa meno di trenta criminali. Una percentuale da zero virgola. E la Romania? Qui le carte rivelano numeri quasi impronunciabili: due. Due in sei anni. Ma ci sarebbero sei procedure di rimpatrio in stato avanzato e trentuno casi all'ordine del giorno. Coriandoli, rispetto a qual che succede tutti i giorni. Il nuovo ministro Angelino Alfano ha ripreso il dialogo, ha incontrato i colleghi di Albania e Romania, ha rinegoziato gli accordi, ha esercitato pressioni. Ma non è facile invertire il trend, non è semplice combattere contro l'ostruzionismo.
I numeri della vergogna nascondono una beffa che ha dell'incredibile. L'allora ministro Castelli perfeziona un progetto avviato da Piero Fassino: la costruzione a spese dell'Italia di un carcere non lontano da Tirana, a Pequin, destinato a ospitare i detenuti in arrivo da San Vittore, Poggioreale, Regina Coeli e dalle altre prigioni della penisola. Il carcere costa circa 8 milioni di euro, ha una capienza di 500 posti, viene inaugurato nel 2003. Ma dall'Italia, come detto, non si muove nessuno. O quasi. Gli albanesi fanno prima: lo riempiono con i criminali di casa che, a quanto pare, non mancano. «È uno scandalo senza fine - tuona Castelli - io andai a visitare Pequin, mi ricordo che costava un quinto di quello che avremmo speso per costruire una struttura equivalente qui in Italia. Ricordo anche il mio stupore perché non c'era l'impianto di riscaldamento. Ma qualche funzionario albanese mi spiegò che laggiù i caloriferi non ci sono neppure nelle case, figurarsi nelle celle. Comunque, noi abbiamo finanziato l'opera e loro l'hanno usata, senza farsi troppi problemi nei nostri confronti». Altri soldi da aggiungere a quelli che il nostro Paese sborsa ogni anno per mantenere i «prigionieri» albanesi e romeni.
I numeri della vergogna. L'ultimo è inquietante. Nel 2008 Roma ha consegnato una black list a Tirana: ventotto nomi di pesi massimi della più spietata criminalità albanese, tutti con condanne in Italia per reati gravissimi e con pene superiori ai 25 anni. Tutti latitanti in Albania. Tutti, o quasi, alla luce del sole. Nessuno, per quanto se ne sa, è stato catturato. Almeno finora. Roma spera che ora la musica cambi. I latitanti in carcere. E, finalmente, i criminali a casa. A Bucarest. E a Tirana.