Prigionieri in casa: un box blocca l’ingresso

La famiglia scopre che un vicino ha iniziato gli scavi davanti al loro cancello

Enrico Lagattolla

Un lunedì come tutti gli altri. Ti svegli perché c’è da andare al lavoro, portare i figli a scuola, accompagnare la suocera anziana dal medico. Pronto a uscire di casa. Apri la porta, attraversi il cortile, e scopri che di uscire di casa non se ne parla nemmeno, perché quella che fino alla sera prima era una strada, oggi è una piccola voragine, e che il tuo unico accesso alla civiltà urbana ha fatto da poco i conti con una ruspa. E ha perso. Una rete che chiude il passaggio, un buco a cielo aperto che ti si apre sotto i piedi, e tanti saluti a un lunedì come gli altri. Chiudi la porta e torni indietro, perché di lì non puoi più uscire.
Fosse un incubo, ma è tutto vero. Via Friuli, stradina di Cernusco sul Naviglio. Anni fa un quartiere popolare, ora un’area residenziale con tanto di villette. E ce ne ha messo del suo, il Comune, per riqualificare la zona. Le vie Piave, Boves, Gallarana. Tutte rifatte che sono una sciccheria. Anche via Cadore, che con via Friuli fa angolo. Ecco, tutte accomodate tranne una. Quel budello largo tre metri.
Così trascurata, via Friuli, che l’amministrazione comunale di Cernusco decide due anni fa di darla in concessione edilizia. Chi in via Friuli si affaccia, può costruire. Tanto, le quattro famiglie che ci abitano hanno accesso su via Cadore. Eccetto una.
Annabella e Andrea, coniugi S., tre figli a carico, una suocera 84enne e un fratello disabile in casa. Loro, via Cadore, nemmeno la vedono. Per loro, uscire di casa significa prendere quella specie di retrobottega che è ormai via Friuli. I conti senza l’oste.
Capita infatti che Liliana B., la dirimpettaia, prenda alla lettera l’offerta del Comune. Avrà pensato che se c’è una concessione edilizia, significa che quella strada non è più pubblica, e che se non è più pubblica allora è privata. Quindi «è anche mia». Detto fatto. «Ci faccio un box».
Così chiama l’impresa, che le si presenta sotto casa. Le 8 di lunedì. Levata a suon di scavi per i coniugi S., che scoprono che là fuori è un piccolo baratro da cui già si intravedono i cavi della luce, le condotte del gas, e i tubi dell’acqua. Pure il muretto è stato divelto. Dietrofront, avanti non si può andare.
Chiamano i vigili urbani. Gli stessi che, poco prima, avevano transennato via Friuli. «Chiusa per lavori». Trattative concitate. «Io ho il permesso», contesta Liliana B. agitando le carte del caso. «Sarà, ma noi qui ci abitiamo», ribattono i forzati del domicilio. Alle 12.30, finalmente, arriva l’alt ai lavori. Dal Comune giunge l’ordine di sospendere gli scavi, ma non di ripristinare la via. Come dire, una pausa di riflessione ma nessuna marcia indietro. I coniugi S. hanno forse ragione, ma restino dove sono. Praticamente agli arresti domiciliari.
Tragicomico. L’avvocato Rosario Alberghina, legale della coppia in scacco, annuncia battagliero ricorsi al Tribunale civile e al Tar per annullare la concessione edilizia, e una denuncia per esercizio abusivo delle proprie ragioni, danneggiamento e violazione di domicilio, nei confronti della vicina di casa. Lunghe le vie legali, mentre i coniugi S. aspettano di sapere se dovranno inventarsi una mobilità alternativa per uscire di casa.
«Via Friuli». All’angolo c’è ancora la targa toponomastica, c’è il cartello di «stop» e pure i resti della segnaletica stradale, quando di qui ci passavano ancora le macchine. È la strada a non esserci più.