Prigionieri del mercato

L’ideologia tira sempre brutti scherzi. Non solo in politica ma anche in economia. In un Paese come l’Italia in cui le culture politiche vengono considerate vecchi arnesi ideologici, cresce a vista d’occhio l’ideologia del mercato, con le sue presunte capacità salvifiche cariche di trasparenza e di bontà. Di questa nuova ideologia (è tale un’impostazione che annulla ogni capacità di critica) Francesco Giavazzi, uomo colto e raffinato, è prigioniero. Sino al punto di negare l’evidenza dei fatti e confondere spesso i protagonisti.
Chiariamo subito, ancora una volta, che il libero mercato è garanzia di libertà individuali e collettive e negli anni Settanta fu difeso, contro ogni tentazione brigatista, dai partiti di governo dell’epoca. Detto questo, però, immaginare il mercato come un luogo in cui il male è bandito ed il bene trionfa, significa chiudere occhi ed orecchie. Mai come negli ultimi 15 anni ci sono state collusioni gravi tra gli attori di mercato (imprese, società di revisione, banche d’affari, fondi di investimento) e i suoi effetti si sono scaricati sul popolo dei piccoli azionisti, bruciando spesso i risparmi di una vita. Parmalat e Cirio ne sono stati gli esempi più vistosi accompagnati da veri e propri scandali di alcune privatizzazioni come quella della Seat-Pagine Gialle venduta dalla Telecom pubblica (Ciampi, Draghi) a 2600 miliardi di lire e ricomprata 30 mesi dopo dalla stessa Telecom, questa volta privatizzata ma con il Tesoro ancora azionista, a 18mila miliardi. O svendettero o ricomprarono a prezzi d’affezione facendo così un regalo di quasi 15mila miliardi ad una società il cui 40% era nelle mani invisibili di altre società off-shore. Potremmo continuare ancora con altri esempi ma perderemmo il filo del discorso.
Quando Giavazzi ritorna sulle mancate privatizzazioni in questi ultimi anni accusando la politica tutta di vecchie nostalgie da partecipazioni statali, non solo nega i valori di mercato di grandi imprese pubbliche (Eni, Enel e Finmeccanica) ma nasconde i guasti delle privatizzazioni degli anni Novanta. Le privatizzazioni non sono un male. Anzi spesso sono un bene. Per farle correttamente, però, in una struttura produttiva come quella italiana fatta al 95% da piccole e medie imprese, c’è bisogno di investitori istituzionali come i fondi pensione. Non tanto per garantire l’italianità che pure ha un valore politico ed economico, quanto per garantire al capitalismo finanziario e al risparmio italiani un ruolo nel più generale riassetto del capitalismo europeo.
Siamo il Paese con il più alto tasso di risparmio e nel contempo siamo il Paese meno presente sui mercati finanziari. Senza i fondi pensione, insomma, le privatizzazioni finirebbero per essere preda esclusiva dei fondi di private equity stranieri o di società estere. Niente di male anche in questo caso, ma perché si deve impedire all’Italia di giocare quel ruolo di mercato che ad altri viene riconosciuto, attrezzandosi con fondi pensione, fondazioni bancarie, individualità imprenditoriali e imprese pubbliche? E perché mai la politica deve disinteressarsi dalle grandi questioni di mercato illuminando innanzitutto ciò che in esse accade? Molti che sostengono questa peregrina tesi li ritroviamo poi consulenti della Goldman Sachs o di altre banche d’affari.
Vorremmo solo ricordare, poi, che nel caso Telecom-Colaninno si brigò per consegnare la nostra compagnia telefonica a Deutsche Telekom all’epoca ancora a prevalente capitale pubblico e che quando nel ’98 liberalizzammo il mercato elettrico costringendo l’Enel a vendere molte centrali in un’Europa che non liberalizzava, il secondo produttore di elettricità nel nostro Paese divenne lo Stato francese tramite l’Edf. E quando quest’ultima ha cercato un partner italiano ha trovato solo un altro socio pubblico, l’Azienda elettrica milanese. Ed infine la storia dei famosi boiardi di Stato ha davvero stufato. I vecchi dirigenti delle partecipazioni statali ebbero il merito di traghettare in settori a tecnologia avanzata un’Italia di piccole e medie imprese testimoniando sempre la propria professionalità e la propria tensione etica. O erano nel pubblico o, una volta usciti, non rientravano più. La stagione di oggi vede, invece, crescere le commistioni tra pubblico e privato. Se questi sono il mercato e la modernità, davvero non c'è da stare allegri.
Geronimo