Prigionieri del passato

I malinconici esponenti dell’Unione che ogni giorno favoleggiano di una mitica «fase due» cercano di illudere gli italiani e se stessi delle possibilità modernizzatrici del loro governo e della loro visione politica. Hanno bevuto fino alla feccia - il comma fantasma che cancella i reati contabili - una Finanziaria disgustosa, vecchia come le spremiture fiscali dei satrapi dei secoli bui, ma si sentono chissà perché in sintonia coi tempi. Parlano - anche il Professore lo fa - di svolte, accelerazioni, cambi di passo come se davvero marciassero verso il futuro, senza rendersi conto che la direzione di questo esecutivo rachitico porta all’indietro, nel tempo e nello spazio politici. Dicono di procedere, ma in verità sono prigionieri del passato. Il voto dei senatori a vita, che li ha salvati dall’immediato naufragio, li àncora per sempre a un sistema decrepito che la stragrande maggioranza degli italiani rifiuta. È la negazione del bipolarismo e dell’alternanza, è il trionfo di chi vede la politica come l’insieme delle manovre del sinedrio sottratte alla legittimazione della volontà popolare. La questione del voto dei senatori a vita, prima ancora che un problema giuridico-costituzionale, è una questione storica e morale.
Il «sì» alla Finanziaria espresso dai presidenti emeriti e da altri padri coscritti ad honorem ha costituito una gruccia che il governo Prodi ha tratto dalla soffitta della Repubblica: per adesso lo sostiene, ma è dubbio che lo porti lontano.
Lo spirito del tempo presente avrebbe dovuto imporre a quei senatori di astenersi, proprio perché a Palazzo Madama è evidente l’equivalenza numerica dei due schieramenti e non è ammissibile che a decidere sia il voto di chi non ha mai ricevuto l’investitura degli elettori. Ma i nostri padri coscritti non hanno avuto remore - a parte Andreotti, che forse politicamente è il più giovane, dato che Belzebù non ha età - e hanno falsato il gioco. Non hanno avuto remore perché vengono tutti da lontano, da altre temperie e da altre visioni della politica. Hanno portato nel gioco antiche faziosità e interessate solidarietà di casta. Scalfaro e Cossiga sono compiutamente espressioni di una Prima Repubblica che, dopo aver garantito libertà e crescita, s’è involuta fino a portarci sul baratro della grande bancarotta. Ciampi è politicamente emerso con la disintegrazione di quel sistema, serbando faziosità e livori del suo imprinting azionista. Altri sono stati nominati per indiscutibili meriti, ma anche tenuto conto di un certo orientamento politico. Ogni establishment tende naturalmente a perpetuarsi rinnovandosi ove possibile per cooptazione, anche sulla base di condivise credenze politiche che possono pure prescindere dall’interesse generale. E il peso di questo establishment d’antan si è visto pure nell’elezione al Quirinale di Giorgio Napolitano, il presidente venuto dal freddo, che se dovesse nominare altri senatori a vita seguirebbe la stessa logica. È molto giovanile l’attuale presidente: personalmente non riesco a nascondere un moto di ammirazione per la baldanza con cui affronta ogni tema. È sempre lo stesso, chiaro, netto, energico, un dirigente di razza che riesce a essere efficace sia quando deve difendere l’ortodossia moscovita sull’invasione di Budapest, sia la svolta falso-liberale del Pci - ricordo una sua conferenza stampa a Milano, di ritorno da una visita alla City - sia la riabilitazione di Giovanni Leone. Ma per quanto valente non è certo che possa essere l’uomo giusto per tutte le stagioni.
In verità, questa casta, che perpetua la vitalità stizzosa della Prima Repubblica, ha messo il suo sigillo sulla seconda. È anche per questo, per remote suggestioni e segrete affinità, che Casini e Follini e altri, vecchi ad honorem, sognano di rinnovare splendori e miserie della Dc.