PRIGIONIERI DELLA PAURA

Se Prodi cade si va al voto: nell’Unione è ormai un coro, sia per respingere la proposta di un governo di larghe intese sia per esorcizzare la preoccupazione dell’immediato futuro, cioè il passaggio della Finanziaria al Senato. È già lontana la certezza, espressa da tutti sabato scorso, dopo il vertice di maggioranza, di durare cinque anni. L’eventualità di una caduta parlamentare si materializza come un incubo e si alzano i toni per sventarla. Anche per Piero Fassino, che dovrebbe rappresentare l’anima riformista della sinistra, che pure ha criticato la manovra, che ha chiesto la «fase due», la possibilità di proseguire la legislatura non è «uno scenario praticabile».
Questo significa, da una parte, che il presidente del Consiglio ha preso in ostaggio la coalizione. Dalla sua ha una sola carta: nel 2006, a differenza di quanto accadde nel ’98, non c’è un D’Alema di ricambio e, soprattutto, non tira aria di transumanze. Una sconfitta, quindi, non travolgerebbe solo lui, ma tutti gli alleati, anche al prezzo - che per il centrosinistra dovrebbe essere salato, anzi devastante - di un ritorno alle urne. È una logica che non stupisce.
Colpisce invece il fatto che, senza alcun distinguo, anche chi soffre questa Finanziaria, anche chi ne avverte il pericolo, anche chi è consapevole della vaghezza della «fase due» non sappia uscire dal bunker del potere riconquistato da appena sei mesi. Fassino è certamente tra questi. Sta riapparendo in queste ore la endemica debolezza di una cultura che pretende di testimoniare il riformismo e che invece è rimasta schiacciata dal neo-massimalismo rappresentato dal patto di ferro prodiano-antagonista.
Dovrebbero aver paura, i vari Fassino, di scelte che stanno spaccando l’Italia e che rischiano di penalizzarne le possibilità di sviluppo. Dovrebbero temere gli intenti dichiarati di punizione sociale. Dovrebbero ascoltare gli allarmi che vengono dai ceti che producono ricchezza e anche dalle stesse file dell’Unione, ultimo Massimo Cacciari. Invece hanno paura soltanto di dover condividere «la stanza dei bottoni». Temono che un voto in Parlamento possa svuotare la Finanziaria e il governo. Creano allarme, ripetendo il diktat del presidente del Consiglio, che identifica se stesso col destino della sinistra e che si è abilmente ritagliato il compito di padre-padrone.
Coloro che pretendono di rappresentare i «moderati» dell’Unione, oggi vogliono solo serrare i ranghi, con lo spirito militaresco degli occupanti delle istituzioni, dei ministeri, dei centri di potere. Da leader politici si sono trasformati in caporali. Con interi ceti sociali in rivolta, con un governo che è riuscito a toccare il fondo, con un clima di inquietudine che attraversa quasi l’intero mondo produttivo, avevano se non altro l’occasione di capovolgere un equilibrio interamente spostato a vantaggio della minoranza antagonista. Avevano la possibilità di dimostrare di essere europei, almeno quanto i socialdemocratici tedeschi o i laburisti inglesi. A Bertinotti, a Diliberto, a Pecoraro Scanio, a Epifani e quindi a Prodi non hanno chiesto nulla, se non un’improbabile «fase due» di cui il presidente del Consiglio non vuole neppur sentir parlare. Sono solo prigionieri della paura. E si abbandonano alla scuola del prendere o lasciare, cioè al mercanteggiamento di potere e sottopotere. Siamo a due passi dall’antipolitica.