«Prigioniero del suo male mi ha chiesto una pistola»

Ha sposato Giovanni Nuvoli nel 1990, in seconde nozze. Il primo marito era morto in un incidente, lasciandola sola coi figli. Maddalena Soro fa da portavoce alle richieste di Giovanni. Richieste di morte. Lei, al suo amore morto non ci vuole pensare. Non ci può pensare. La signora Nuvoli può vedere il marito dalle 18.30 alle 19.30. «Se c’è un’emergenza, salta anche quell’ora». Prima e dopo, lui guarda una parete bianca, non ha un pc, che ha chiesto da mesi. I numeri del suo caso: ha 53 anni, pesa 20 chili, è alto un metro e 85. È in rianimazione da 13 mesi, immobile a letto da 5 anni, malato di sclerosi laterale amiotrofica da sette.
Perché non lo porta a casa?
«Abbiamo una stanza attrezzata, ma non basta. Nei 40 giorni che l’ho avuto, fino a febbraio 2006, c’erano 25 nuovi infermieri che non conoscevano la patologia. Non le dico il terrore. Mi arrabbiavo e loro dicevano che non reggevo la situazione. Uno aveva il cartello da 20 minuti - quello con le lettere su cui Giovanni appoggia gli occhi, per comunicare -, gli ho chiesto cosa gli avesse detto, mi ha risposto: non lo so leggere. Gli infermieri della rianimazione sono ottimi, ma quelli dell’“Adila” (Assistenza domiciliare integrata) non hanno mai visto ospedali. Uno è entrato: “Buonasera, come va oggi a piaghe?”. Ho risposto: “E lei la broncopolmonite?”. Chi difende una persona che non parla?».
Quindi la rianimazione.
«Il primario gli ha detto: “Non saranno tempi biblici”. A oggi nessuno si è visto. Ma continuo a stimarlo, il medico. Anche se mi fa soffrire che pensi che io non capisca Giovanni, dal cartello. Cos’è, lo prendo in giro da anni? Poi mai una coccola, un “coraggio signora”. È triste elemosinare questo. Infatti non elemosino».
È credente?
«Sa quando cadono i bicchieri dalla credenza? Così è caduta la mia religione. Sono andata dal vescovo, mi ha detto che loro di problemi così non ne volevano sapere, di andare nella mia parrocchia. Io ce l’ho in casa, la mia parrocchia».
Suo marito le ha chiesto di morire?
«Spesso, a casa. Chiede di staccargli il respiratore. Un giorno, di portare una pistola in rianimazione. Gli ho detto: ecché, così svegliamo quelli che sono in coma! Allora ha sorriso».