Primakov, le tante Russie di un leader

L’ex capo del governo racconta in un saggio la difficile uscita del suo Paese dal totalitarismo

In Italia il nome di Evghenij Primakov dice qualcosa solo agli appassionati di politica internazionale, ma saperne di più su di lui vale la pena. Perché Primakov ha attraversato da protagonista la recente storia sovietica e poi russa: prima nell’era pre-gorbacioviana, con Krusciov, Breznev, Andropov e Cernenko; poi con Gorbaciov, che lo nominò membro del Politburo del partito comunista sovietico; in seguito, dopo il collasso dell’Urss, con Boris Eltsin, sotto la cui presidenza fu ministro degli Esteri e capo del governo; infine, già anziano (oggi ha 76 anni), con Putin che lo ha voluto alla presidenza della Camera di Commercio e Industria della Federazione russa.
Primakov è una figura simbolica della sofferta e non ancora pienamente completata transizione della Russia dal totalitarismo alla democrazia. E il suo racconto in prima persona, fatto nel libro Dall’Urss alla Russia appena uscito in Italia per l’editore Valentina, fornisce una quantità di spunti utili per meglio capire il senso di quella transizione. Molti, specialmente a sinistra, continuano a pensare alla Russia di oggi come a un’erede senza nobiltà della rimpianta Unione Sovietica; e altri, specialmente a destra, pensano invece che l’Urss non sia in realtà mai morta e che troppe sue caratteristiche negative si celino dietro le mentite spoglie di una finta democrazia. La verità è più complessa. E Primakov è la prova vivente di certe contraddizioni.
Segnato a vita dalla paranoia totalitaria di Stalin, con gran parte della sua famiglia sterminata nelle purghe del 1937 quando era un bambino, Primakov crebbe in una stanza di 14 metri quadrati a Tbilisi con una madre che considerava il dittatore georgiano un mostro. Ciononostante divenne membro del partito comunista e completati gli studi di orientalistica ed economia lavorò alla radio di Stato e poi alla Pravda, per la quale divenne corrispondente dal Medio Oriente. Apprezzato per la sua competenza (è considerato uno dei maggiori esperti russi del mondo arabo) fu cooptato nell’attività politica e diplomatica. Attività che lo vide protagonista in circostanze di grande rilievo. Membro del Politburo sovietico dal 1989, fu l’inviato di Gorbaciov in Irak e in altri Paesi mediorientali nei convulsi mesi che precedettero la prima guerra del Golfo del 1991, un conflitto che secondo Primakov si sarebbe potuto e dovuto evitare e non solo, a suo dire, per salvaguardare gli interessi del suo Paese.
Il libro racconta della profonda conoscenza di Primakov del mondo dei servizi segreti (fu vicepresidente del Kgb nel ’91 per poi dirigere sotto Eltsin lo spionaggio estero della nuova Russia); del confuso e fallito colpo di Stato dell’agosto ’91, il cui principale fautore Gennadij Janaev viene descritto come un inetto ubriacone; della difficoltosa gestione della crisi finanziaria del ’98, quando Primakov, nel ruolo di premier, agì contro gli oligarchi che avevano approfittato delle affrettate riforme liberiste di Anatoli Ciubais per saccheggiare le ricchezze nazionali. E infine della rivincita che quegli stessi oligarchi si presero su di lui, convincendo Eltsin a chiederne le dimissioni da capo del governo.
Messa da tempo da parte ogni ambizione di leadership politica, Primakov si occupa oggi di commercio e industria, ennesima riprova del suo eclettismo. Sostiene Putin nella sua azione di accentramento del potere ai danni di intraprendenti governatori e giornalisti indipendenti. Qualcuno vede anche qui una dose di nostalgia per il sistema autoritario che fu: ognuno resta libero di giudicare. Ma oggi Primakov guarda anche avanti e ricorda che se in passato il mondo fece l’errore di dividersi e di rischiare una catastrofe atomica per ragioni ideologiche, oggi questo non deve ripetersi a causa della religione. E invita i governi di tutto il mondo a far collaborare le loro intelligence per scongiurare un disastro.