Primari a spasso Il Piano sanitario?

Il piano sanitario regionale, che dovrà essere presentato a metà novembre al Governo Berlusconi come prevede l’accordo sul piano di rientro, continua a suscitare parecchie polemiche sia tra le forze di opposizione che tra i sindacati.
Tra questi ultimi, a muovere le prime valutazioni negative, sono gli autonomi della Fials Confsal che individuano la completa assenza di programmazione sia negli interventi da attuare per l’ospedalizzazione sia per l’offerta ambulatoriale. Bisognerà, infatti, capire come si riusciranno a garantire gli stessi livelli di assistenza, una volta accorpati tutti i nosocomi in tre unici poli ospedalieri (San Giovanni, Sant’Andrea e San Camillo) e una volta tagliati altri 522 posti letto e unificate le Asl (che passeranno da 8 a 3 tra Roma e provincia) secondo un progetto di «riazzonamento» (Asl Roma nord, Asl Roma sud-ovest, Asl Roma sud-est).
Perché non si tratta solo di un mero disegno amministrativo frutto di una rinnovata politica gestionale. Macché, si riducono le Asl perché si chiudono i posti letto, si accorpano reparti e si tagliano le specialità. E le motivazioni per confermarlo sono facilmente deducibili. «Qui non stiamo parlando di risparmiare qualche milione di euro chiudendo uno o più megastore o soltanto la serranda due ore prima come potrebbe fare un negoziante, ma stiamo parlando di garantire sanità rispondendo ai bisogni di salute dei cittadini», asserisce il segretario regionale Gianni Romano. «E questi bisogni - prosegue il sindacalista - non sono costituiti soltanto da assistenza domiciliare o Rsa, dove c’è un medico ogni 20 posti letto. Occorre ridisegnare tutta l’assistenza ospedaliera e specialistica vera e propria. E si può fare soltanto con l’ausilio delle professionalità sanitarie, le parti sociali e le associazioni dei malati. Ogni ospedale che dipenda da un’Asl o sia autonomo come azienda, garantisce già continuità assistenziale per le patologie croniche e tumorali. Questa non può essere soddisfatta se si va a impoverire la struttura».
E non tarda ad arrivare pure un’altra stoccata. «A meno che il presidente Marrazzo - prosegue Romano - nel suo piano, peraltro stilato in piena solitudine, non voglia mettere primari, dirigenti e ferristi a fare assistenza domiciliare, mentre i pazienti tutti in fila dovranno attendere tempi pressoché biblici, ossia peggiori di quelli odierni, per accedere a visite specialistiche diagnostiche. Peggio ancora per un intervento chirurgico». «E questo perché nel piano non è contemplato come verranno ripartiti gli operatori in seno agli ospedali che fanno capo alle aziende sanitarie locali, (S.Eugenio, Cto, S.Spirito e Grassi per dirne alcuni) - prosegue la Fials - mentre, è assicurato che a nessun titolo queste si occuperanno di ospedalizzazione. Questa riorganizzazione della rete ospedaliera, svaluta le professionalità mediche del Lazio, l’efficienza e l’efficacia dell’assistenza ambulatoriale e depaupera la medicina specialistica offerta nelle Asl, perché manca la riorganizzazione del personale sul territorio in base ai singoli presidi territoriali che saranno allestiti sulle nuove necessità». È chiaro che quando ci si domanda quali siano le nuove necessità la risposta non arriva. «Questo è un piano monco, oltre che difettoso - conclude il sindacalista - tra l’altro il commissario vorrebbe presentare al Governo un progetto di rinnovamento, quando ancora non sono stati approvati dalla Regione i bilanci preventivi e consuntivi di tutte le aziende sanitarie e dei policlinici. Sappiamo bene che le voci di spesa, trattandosi di una riorganizzazione radicale, servono eccome».